05 maggio 2026

NEOEVO 20.30 SECONDA PARTE

 

NEOEVO 20.30

SECONDA PARTE

AD Maggio 2026,

cari dissenzienti e complici per ignavia, benvenuti alla seconda parte di questa radiografia del collasso. ( Link alla prima parte

Dopo aver squarciato il velo sull'Obiettivo 1, è tempo di smontare la narrazione fiabesca che riveste i successivi "comandamenti" della famigerata Agenda 2030: la fame e la salute. Non aspettatevi le rassicuranti infografiche ministeriali; qui analizzeremo la realtà nuda e cruda che sta già infestando le vostre vite, mentre voi continuate a fissare le ombre sulla parete della caverna.

Preparatevi, perché stiamo per sventrare l’ipocrisia degli Obiettivi 2 e 3. Seguitemi nel fango della verità.


Punto 2: Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un'agricoltura sostenibile.


Questo obbiettivo suona come la più feroce delle beffe.

Non perché la fame sia stata sconfitta, anzi. Il Programma Alimentare Mondiale ci ricorda che 318 milioni di persone soffrono già di grave insicurezza alimentare e un'escalation dei conflitti potrebbe spingere altre 45 milioni di persone sull'orlo della carestia.

No: la vera ferocia sta nell'ipocrisia. Perché mentre si firmano protocolli di sostenibilità, si sta strangolando silenziosamente il contadino locale per rimpiazzarlo con il consumatore terminale dei giganti dell'agritech.

Il colpo di grazia arriva dall'Europa. A breve, il Parlamento Europeo dovrebbe votare l'adozione definitiva del nuovo regolamento sui cosiddetti "nuovi OGM" (le New Genomic Techniques, o NGT) . La Commissione, il Consiglio e il Parlamento hanno già raggiunto un accordo provvisorio che considera alcune piante ottenute con queste tecniche come equivalenti alle varietà convenzionali. Il seme, da millenario patrimonio di vita, frutto di selezione agricola e cultura rurale, diventa un software protetto da copyright. E i brevetti? Nel solo 2025, l'Ufficio Europeo dei Brevetti ne ha concessi 40 basati su sequenze geniche presenti in natura, come se la natura fosse un'invenzione da mettere sotto monopolio .

La biodiversità, intanto, è stata giustiziata in favore di monocolture sterili. Negli ultimi cento anni, il 94% delle varietà di semi è semplicemente scomparso. Oggi piantare un seme non autorizzato non è agricoltura: è pirateria. In Sudafrica, l'85% del mais e il 95% della soia sono OGM . E dove la fame morde davvero, in Sudan, in Somalia, a Gaza, in Libano, ecc... la soluzione non è la terra o l'autonomia alimentare, ma la dipendenza assistita. Le nazioni vengono tenute in vita artificialmente con "buste di cibo terapeutico" ultra-processate, mentre i contadini locali non possono coltivare perché mancano gli strumenti, a causa dei conflitti o perché le multinazionali hanno acquisito diritti sull'uso e la gestione dell'acqua.

È il neocolonialismo in busta d'alluminio. Non permettiamo di coltivare o pescare: vendiamo il pesce liofilizzato, la farina proteica, la carne sintetica brevettata e fatturata dai soliti noti. Con i soldi delle nostre tasse, quelli destinati allo "sviluppo sostenibile" e alle campagne di donazioni, finanziamo esattamente il sistema che distrugge l'agricoltura locale. La sovranità alimentare è morta. Restano solo i brevetti.

Le parole degli attivisti, in questo scenario distopico, risuonano come sentenze inascoltate:

Vandana Shiva, da decenni in trincea, denuncia:

"Sotto il controllo delle multinazionali, il seme non è più la sorgente della vita, ma un'arma di distruzione della biodiversità e della libertà dei contadini .

Thomas Sankara, il presidente rivoluzionario del Burkina Faso ucciso nel 1987, aveva già messo in guardia il mondo con una frase che oggi suona come una profezia:

"Chi vi nutre, vi controlla" .

Aveva ragione, quarant'anni fa.

Nota: le informazioni contenute in questo capitolo sono documentate da fonti autorevoli. La proposta di deregolamentazione delle NGT nell'Unione Europea è reale ed è attualmente in fase di negoziazione. La concentrazione del mercato sementiero e degli agrofarmaci nelle mani di poche multinazionali è documentata. I dati sulla fame nel mondo e sui rischi di carestia provengono dal Programma Alimentare Mondiale. Le citazioni di Vandana Shiva e Thomas Sankara sono autentiche e attribuibili alle rispettive fonti .


Punto 3: Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età.


Traduzione
: il tuo corpo non ti appartiene. È una una risorsa statale da manutenere secondo rigidi protocolli di sistema, e la libertà di cura è stata silenziosamente sostituita dalla conformità biometrica.

Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 è entrato a pieno regime il 31 marzo 2026 . Referti, verbali di pronto soccorso, prescrizioni, vaccinazioni, persino le tue abitudini alimentari: tutto confluisce in un database centrale. Le strutture private sono obbligate a caricare i documenti entro pochi giorni . La "memoria sanitaria" del cittadino non è più un diritto alla cura, ma un dossier di controllo. Se rifiuti l'ultima "patch" farmaceutica o il siero del mese, non sei un cittadino libero: sei un sabotatore della biosicurezza. E il medico di base? È diventato il compilatore del tuo "profilo sanitario sintetico", una scheda di valutazione che può essere consultata persino senza il tuo consenso in caso di emergenza . Pronti per la corsia preferenziale del controllo totale.

Siamo passati dal diritto alla salute all'obbligo del benessere digitale. Attraverso la cartella clinica universale, sensori biometrici e applicazioni di controllo h24 per il tuo cellulare, ogni tua scelta, dal colesterolo mattutino al numero di passi giornalieri, viene processata da un algoritmo che decide la tua idoneità al lavoro o il tuo premio assicurativo.

Guardate cosa succede nel mondo delle polizze: dal 1° gennaio 2026, il Fondo Sanitario Intesa Sanpaolo ha attivato un nuovo modello di Long Term Care. Per accedere alla rendita da non autosufficienza, devi dimostrare che la diagnosi della patologia sia successiva alla data di ingresso in polizza. In definitiva se hai una malattia prima di assicurarti, sei già escluso. Se ti ammali dopo, ti controllano. Benvenuti nel credito sociale sanitario, versione italiana.

La guarigione, in questo modello di business, è bandita. Il target perfetto dell'Agenda 2030 non è il cittadino sano, ma il malato cronico redditizio. Un hardware medicalizzato a vita che drena fondi pubblici per alimentare i dividendi di Big Pharma. E i numeri parlano chiaro: nel 2026, il fatturato delle grandi aziende farmaceutiche crescerà a ritmi sostenuti, trainato da farmaci per l'obesità (i famosi GLP-1), terapie oncologiche e neurologiche.

La previsione di S&P Global parla di una crescita annuale dei ricavi per Eli Lilly del 24%, per AstraZeneca del 10% . E mentre voi discutete di diritto alla salute, loro insorgono per contrastare il Medicare price negotiation (un programma che consente al governo degli Stati Uniti di negoziare direttamente i prezzi di alcuni farmaci da prescrizione ad alto costo per i pazienti del Medicare) e l’eventuale perdita di esclusività dei brevetti. Niente paura, lo fanno per il “nostro bene”.

La salute è un mercato. E voi siete il prodotto.

Pfizer, per fare un nome, a causa di queste interferenze governative, ha ridotto le stime sugli utili 2026 a 2,80-3,00 dollari per azione. Piangevano, immagino, mentre tagliavano i costi e riorganizzavano i piani aziendali. Ma non preoccupatevi: per tappare le perdite, qualche "vaccino obbligatorio" in più potrebbe essere in arrivo. Probabilmente se ne contratta già la ricompensa anche all’interno del nostro ministero. Ormai siamo al delirio messianico della siringa: dai sieri per il dimagrimento a quelli per l'ansia sociale. Manca solo l'aggiornamento mRNA per le unghie incarnite. Mi chiedo se nei laboratori di Big Pharma stiano già sintetizzando un vaccino sperimentale per contenere forzatamente la mia "orchimegalociclosi" contagiosa. Il rigonfiamento vorticoso dei miei "santissimi" ha raggiunto una massa critica tale da scatenare un minaccioso "effetto farfalla" a livello planetario.

"La medicina ha fatto così tanti progressi che ormai nessuno è più sano," diceva ironicamente Aldous Huxley.

Aveva ragione, ovviamente. Perché in un mondo dove la salute è un obbligo, il benessere una beauty farm e la cura un business, l'unico modo per essere davvero liberi è... non avere bisogno di nessuna di queste cose… sopratutto se fai parte dei poveri di cui al punto uno. Non ve ne siete accorti? Ebbene si, scordatevi la sanità pubblica universale.

Ma attenzione: se sei sano, se rifiuti il siero, se non installi l’app IO e relativi sensori biometrici, allora non sei un cittadino virtuoso. Sei un eversore. Sei un rischio per il sistema. Sei un untore. E così, cari lettori, il cerchio si chiude. L'Agenda 2030 ci aveva promesso la salute per tutti. Ci ha consegnato un braccialetto elettronico, una scheda di valutazione e un obbligo di conformità. Benvenuti nel futuro che vi piace tanto da non dissentire. Portate con voi la ricetta medica. E, se possibile, un avvocato.

Nota: le informazioni contenute in questo capitolo sono documentate. L'implementazione del Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 al 31 marzo 2026 è reale e comporta l'obbligo per le strutture pubbliche e private di caricare i documenti sanitari in formato standardizzato. Il nuovo modello LTC del Fondo Sanitario Intesa Sanpaolo, attivo dal 1° gennaio 2026, prevede esclusioni per patologie preesistenti e condizioni specifiche . Le previsioni di crescita dell'industria farmaceutica per il 2026 sono tratte dal report S&P Global. Le vaccinazioni obbligatorie in Italia sono 10 per i minori, come da decreto legge 119 del 2017 . La citazione di Aldous Huxley è autentica e attribuibile .


Questo è solo l'antipasto di un banchetto indigesto. Il viaggio nei cunicoli sotterranei dell'Agenda 2030 è appena iniziato e l'aria, lì sotto, si fa sempre più irrespirabile. Restate sintonizzati.

Fabricius Limes



28 aprile 2026

LA FATICA DI VIVERE: L’ITALIA DEL 2026

 

"Chi dal governo spera soccorso fa il pelo lungo come l'orso"


È un detto ruvido, ma lucidissimo. Avverte di un rischio concreto: aspettare soluzioni dall’alto può trasformarsi in un’attesa passiva, lunga e spesso deludente.
Non significa che le istituzioni non debbano fare la loro parte, anzi: è giusto pretenderlo. Ma il punto è non restare immobili nel frattempo. Chi si affida solo alle istituzioni rischia di trovarsi impreparato.


LA FATICA DI VIVERE: L’ITALIA DEL 2026 E LA PROMESSA DI UN FUTURO CHE SFUGGE.

C’è un momento, ogni mese, in cui tutto si ferma. Apri l’app della banca, guardi il saldo… e senti un nodo stringersi nello stomaco. Non è solo una sensazione: è la consapevolezza, sempre più concreta, che qualcosa non torna.

Siamo nel 2026. Si parla di innovazione, di progresso, di crescita. Ma nelle case degli italiani si consuma una realtà molto diversa, fatta di conti che non quadrano e di rinunce silenziose. Perché mentre i prezzi continuano a salire, +47% negli ultimi vent’anni, quasi +25% solo negli ultimi quattro, gli stipendi sono rimasti fermi, inchiodati a un passato che non esiste più.

💸 Guadagni come ieri, paghi come domani.

Per chi è single, la situazione è ancora più dura. Uno stipendio medio di circa 1.700€ netti al mese si dissolve con una velocità disarmante:

* fino a 1000€ per un affitto (quando va “bene”);

* oltre 300€ per mangiare;

* 150€ o più tra bollette e spese fisse.

E poi? Rimane pochissimo. Troppo poco per sentirsi al sicuro.

⚠️ Il vero problema non è arrivare a fine mese. È non potersi permettere nemmeno un errore. Un imprevisto, una visita medica, un guasto, una spesa urgente, non è più una scocciatura: diventa una minaccia. Perché non c’è margine. Non c’è risparmio. Non c’è protezione. Solo un equilibrio precario che può spezzarsi da un momento all’altro.

💔 Come si costruisce qualcosa, in queste condizioni? Come si pensa a una famiglia, a una casa, a un progetto, se ogni euro è già ipotecato prima ancora di arrivare?

Si sopravvive. Si rinuncia. Si rimanda.

E lentamente, quasi senza accorgersene, si smette di progettare.

Questa non è solo una questione economica. È qualcosa di più profondo: è la sensazione crescente che lavorare, impegnarsi, fare “tutto giusto” non basti più. È una fatica che non si vede, ma si sente ogni giorno.

Quanto può durare ancora così?

Siamo diventati più poveri, più soli e, forse la cosa più grave, più spaventati.

Sprofondiamo in una povertà che non è solo economica, ma esistenziale: schiacciati tra l’incudine delle guerre e il martello di un’inflazione che divora il futuro. La precarietà e la disoccupazione tecnologica ci rendono scarti di un sistema che corre senza di noi, lasciandoci preda di un'insicurezza cronica. In questo vuoto, i media soffiano sul fuoco, trasformando ogni nostra minima preoccupazione quotidiana in un brutale terreno di scontro ideologico. Siamo diventati una massa di individui isolati, terrorizzati dal domani e privati persino della solidarietà necessaria per restare umani.
 
Per anni abbiamo guardato verso l’alto, con la speranza che bastasse un’elezione, un nuovo volto, una promessa diversa per cambiare direzione. Ma oggi, nel 2026, i numeri raccontano altro. Raccontano che nessuno sta arrivando.

La politica si è trasformata in un’entità aliena. Parla una lingua fredda, fatta di narrazioni distorte, promesse vuote, numeri e previsioni che non sfiorano più la vita reale delle persone. È un teatrino di maschere intente a compiacere l'algoritmo dei mercati, i diktat di poteri invisibili e gli oscuri interessi dei signori della guerra. Mentre nei palazzi si svende il futuro in nome di una fedeltà sovranazionale, nelle strade si consuma il rito silenzioso di chi, rimasto ai margini, non può far altro che stringere i denti e resistere.

Le istituzioni non stanno, o non vogliono, più garantendo  ciò che dovrebbe essere essenziale: una vita dignitosa, stabile. 

Certo non tutta la responsabilità può essere scaricata sulle istituzioni. Sarebbe troppo comodo, e poco onesto. Dobbiamo riconoscere che anche noi, nel tempo, abbiamo chiuso gli occhi, accettato compromessi, a volte persino sostenuto scelte che oggi critichiamo. Per stanchezza, convenienza o disillusione, abbiamo lasciato che certe dinamiche si consolidassero. Ammetterlo è scomodo, ma necessario: senza questa consapevolezza, non può esserci alcun vero cambiamento.


Ed è forse questa la deriva più preoccupante. Perché un sistema fragile funziona meglio quando le persone sono isolate, quando ognuno affronta tutto da solo, in silenzio.

Ma così non regge. Non può reggere.

🌱 Non è carino dirlo. Non è facile. Ma è reale: l’unico spazio che ci resta è quello che costruiamo insieme.

Significa tornare a guardarci negli occhi, a riconoscerci, a smettere di vivere come estranei nello stesso palazzo.

Significa ricominciare da gesti concreti:

condividere la spesa per risparmiare e aiutare chi produce davvero;

creare piccoli fondi comuni per affrontare le emergenze;

scambiare tempo, competenze, presenza;

ridurre quella distanza che ci sta consumando tanto quanto il caro vita.

Perché la solitudine, oggi, è diventata un costo che non possiamo più permetterci.

⚠️ La paura è reale. Si sente. Cresce. Ma se ci chiude, ci indebolisce ancora di più.

Organizzarsi, aiutarsi, divenire una nuova umanità, in armonia, in pace, non è più una scelta ideale. È una necessità.


Se non esiste più un sistema capace di proteggerci, allora dobbiamo almeno provare a farlo noi.

Forse non cambierà tutto subito.

Ma ogni legame che ricostruiamo è un argine contro questa deriva.

E oggi, più che mai, ne abbiamo bisogno.

Fabricius Limes


22 aprile 2026

NEOEVO 20.30 - prima parte

NEOEVO 20.30

PRIMA PARTE

AD 22 aprile 2026,

Siamo tutti qui, cari dissenzienti e complici per ignavia, seduti a fissare questa retroilluminata finestra sul mondo, mentre il buonsenso rantola e muore. Quello che avete davanti non è un caso, né una coincidenza: è il presente distopico che si incastra, pezzo dopo pezzo, nel meccanismo implacabile dell'Agenda 2030. Quello che presentato come il "vangelo" delle Nazioni Unite per la salvezza del globo, si sta rivelando la più sofisticata architettura di ingegneria sociale mai concepita.

L'Italia, in prima fila tra i "virtuosi" del disastro, ha già versato il suo tributo di sangue economico. Hanno scientemente affossato l'economia reale, quella che ci tiene in vita, quella che ci riguarda direttamente, per servire un dogma superiore. Non è una transizione, è un'esecuzione. E mentre voi state a guardare, il cappio della "sostenibilità" programmata si è già stretto.

Nei suoi 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile non sono racchiuse promesse di emancipazione, ma i termini di una resa. Dietro il paravento di infografiche infantili e colori rassicuranti, l'Agenda 2030 non sradica la povertà: traccia il perimetro di un recinto globale in cui l'umanità è condannata a una marcia forzata e sorvegliata. È tempo di smettere di farsi incantare da illustri profeti, profumatamente retribuiti per illuderci, e di sventrare l’ipocrisia funzionale di questo sistema. La narrazione è finita; ora guardiamo in faccia il volto del controllo.  



La retorica della "abbondanza collettiva" ha ormai saturato ogni livello del discorso pubblico, trovando la sua massima consacrazione nelle parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. In occasione dell'ultima Giornata Internazionale del Volontariato, il Capo dello Stato non si è limitato a un elogio formale, ma ha sancito l'arruolamento definitivo del senso civico sotto le bandiere degli interessi globalisti. Ecco il monito che giunge dal Colle, dove la solidarietà viene ufficialmente codificata come lo strumento indispensabile per l'attuazione del nuovo ordine sostenibile:

«Ogni giorno milioni di persone offrono, volontariamente, un inestimabile contributo alla comunità. Una dedizione che si accentua nel corso delle crisi umanitarie, ambientali e climatiche, che si concretizza nelle piccole e generose azioni quotidiane di prossimità.

Quella del volontariato è una forza spontanea a servizio della persona, una risorsa che si affianca alle istituzioni preposte al soccorso e alla ricostruzione, conferendo maggiore efficacia alla loro attività.

Lo stesso raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile - ci ricordano le Nazioni Unite - richiede l’apporto dei volontari per sconfiggere la povertà, la fame, le disuguaglianze e per promuovere la pace.

L’odierna edizione della Giornata del Volontariato, dal tema "Ogni contributo conta", assume particolare rilievo, aprendo l’Anno internazionale istituito dall’ONU per sottolinearne l’importanza e la necessità di integrare questo prezioso patrimonio di iniziative e valori nelle politiche dirette all’attuazione dell’Agenda 2030.

La Repubblica è grata ai volontari e alle loro organizzazioni per la preziosa azione di solidarietà che svolgono».

Roma, 05/12/2025 (II mandato)

Le parole del Presidente Mattarella, pur intrise di quel nobile civismo che ci si aspetta dalle istituzioni, acquistano una sfumatura inquietante se lette attraverso la lente del realismo critico. In questo scenario del 2026, il volontariato non appare più come l'espressione spontanea della carità cristiana o dell'altruismo laico, ma come l'arruolamento di una forza lavoro gratuita necessaria a colmare i vuoti lasciati da uno Stato che ha abdicato alla sua sovranità in favore di accordi imperiali sovranazionali.

L'integrazione del "prezioso patrimonio di iniziative" nelle politiche dell'Agenda 2030 puzza di esternalizzazione del consenso. Se "ogni contributo conta", significa che nessuno è più autorizzato a restare a guardare; la partecipazione non è un diritto, diventa un precetto morale vincolante all'interno di un sistema che non ammette defezioni.

Analizziamo dunque questi 17 comandamenti laici con l'occhio di chi, nel 2026, ha imparato a leggere tra le righe di un linguaggio così mieloso da risultare sospetto. Sotto la patina dell'altruismo universale, ogni punto dell'Agenda rivela un risvolto che sa di sorveglianza, standardizzazione e smantellamento delle libertà individuali.

  1. Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo.

  2. Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un'agricoltura sostenibile.

  3. Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età.

  4. Fornire un'educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti.

  5. Raggiungere l'uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze.

  6. Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell'acqua e delle strutture igienico-sanitarie.

  7. Assicurare a tutti l'accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni.

  8. Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un'occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti.

  9. Costruire un'infrastruttura resiliente e promuovere l'innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile.

  10. Ridurre l'ineguaglianza all'interno di e fra le nazioni.

  11. Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili.

  12. Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo.

  13. Promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere il cambiamento climatico.

  14. Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile.

  15. Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell'ecosistema terrestre, gestire le foreste, contrastare la desertificazione e fermare la perdita di biodiversità.

  16. Promuovere società pacifiche e inclusive per uno sviluppo sostenibile, garantire l'accesso alla giustizia e creare istituzioni efficaci e responsabili.

  17. Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile.

Diciassette. Esattamente diciassette tavolette della legge che ci promettono un’estasi collettiva talmente dolcificata da far venire il diabete anche ai sassi. Una visione di beatitudine universale e gioia planetaria dove la terra, finalmente "sacralizzata" dai tecnocrati, diventerà un immenso giardino dell’Eden sotto steroidi.

È tutto meraviglioso, davvero. Peccato che, nel magico libretto delle istruzioni per il Paradiso, manchi un piccolo, trascurabile dettaglio: il prezzo del biglietto. Mentre ci cullano con le odi di un’utopia a portata di mano, i nostri pastori si sono dimenticati di spiegarci con quali amorevoli manganellate verremo condotti verso il nuovo Eden. Quali deliziose strategie di controllo, quali squisite privazioni e quali "necessari" sacrifici della nostra libertà personale serviranno per trascinarci, anche a calci se necessario, verso questa felicità obbligatoria?

Passiamo dal lirismo delle favole alla sgradevolezza dei fatti. Tolto il velo di zucchero filato delle "nobili intenzioni", diamo un'occhiata alla marea di sterco che avanza: vediamo come le nostre solerti istituzioni governative stanno effettivamente operando per trascinarci in questo paradiso artificiale. Mentre i loro uffici stampa vomitano comunicati intrisi di etica e progresso, la realtà ci restituisce un quadro ben più acido: dietro ogni firma e ogni decreto si nasconde il lavoro metodico di chi sta trasformando il cittadino in un numero, e il Paese in un laboratorio digitale a cielo aperto. 

Ad oggi, AD 2026, mancano solo quattro anni per raggiungere il traguardo. Volete sapere come stanno veramente andando le cose? Non seguite il profumo dell'incenso istituzionale, ma l'odore di bruciato delle libertà che stanno arrostendo sull'altare dell'efficienza globale.

IL QUADRO DELLA SITUAZIONE:


Punto 1. Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo.

Immaginate un romanzo scritto da George Orwell, ma ambientato nei ruggenti anni Venti del Duemila. L’Agenda 2030 ci aveva promesso un mondo senza fame, senza miseria, senza umiliazioni. Peccato che qualcuno abbia riscritto la sceneggiatura. E il titolo di questo capitolo, cari lettori, è una sentenza: “La povertà è un crimine, il decoro è la legge”.

Nel 2024-2026, mentre i predicatori dello sviluppo sostenibile continuano a recitare i loro mantra (“porre fine a ogni forma di povertà”, dicono, come fosse una filastrocca), i governi europei, e in particolare l’Italia, hanno varato una deriva securitaria che farebbe impallidire il Ministero dell’Amore.
 
I nuovi decreti non colpiscono i paradisi fiscali né la finanza predatoria. No. Colpiscono chi ha freddo, chi ha fame, chi non ha un tetto. Il reato di accattonaggio “invasivo”, come se chiedere l’elemosina potesse mai essere altro che l’ultimo gesto di chi non ha più nulla, trasforma il disagio sociale in un fascicolo giudiziario.
 
L’occupazione di un immobile abbandonato per necessità? Non più il disperato tentativo di chi cerca un tetto per dormire, ma un reato da perseguire con la galera. 

E qui arriva il paradosso, quello che farebbe accapponare la pelle persino a un burocrate privo di immaginazione: per chi non ha un tetto, né un pasto, né una speranza, la galera, a ben vedere, qualcuno non esiterebbe a definirla una soluzione. Perché dietro le sbarre, almeno, un letto c'è. Un piatto di minestra pure. 

Vogliamo davvero chiamarla giustizia? 

E intanto l’Agenda 2030 continua a blaterare di “accesso ai servizi di base”. Servizi? Quali? Forse quelli del Daspo urbano, il nuovo gioiellino del Decreto Sicurezza 2025 (D.L. 11 aprile 2025, n. 48, convertito in L. 80/2025).

La soluzione alla povertà, scopriamo con amaro stupore, non è un sussidio, né un lavoro, né una scuola. È molto più semplice, molto più cinematografica: il povero non va aiutato, va allontanato. Geograficamente. Fisicamente. Via dai centri storici appena gentrificati, lontano dalle vetrine del turismo sostenibile (quello con le bici elettriche e lo champagne bio). 

Lo si spinge oltre il perimetro della decenza virtuale, come un oggetto ingombrante. Perché il vero problema, oggi, non è la miseria: è il cattivo odore della miseria.

E guai a protestare. Guai a fermare una strada perché il tuo stipendio è divorato dal caro vita. Guai a opporre resistenza passiva davanti a uno sfratto esecutivo. Il nuovo codice penale di fatto, perché di questo si tratta, trasforma ogni gesto di disperazione collettiva in un reato. Se manifesti perché non arrivi a fine mese, non sei più un cittadino che esercita un diritto costituzionale. No. Sei un “agitatore”. Sei una minaccia all’ordine pubblico. Sei un nemico.
Così lo Stato, in questa tragicommedia postmoderna, blinda la propria inefficienza sociale con la forza della polizia. Non sa (o non vuole) creare lavoro, case, dignità. Ma sa dare manganelli e Daspo. 


Questo è solo l'inizio del viaggio nel baratro dell'Agenda 2030. Le prossime parti verranno pubblicate a breve. Restate sintonizzati.

SECONDA PARTE

Fabricius Limes

05 aprile 2026

RISIKO SULLA PELLE DEI POPOLI

 


ESEQUIE DELLA CIVILTA’: RISIKO SULLA PELLE DEI POPOLI

 Aprile 2026. Nelle strade delle capitali europee si respira un’aria pesante, densa di una familiarità sinistra. Non è l’ombra di un nuovo patogeno a svuotare le piazze o a riportare in auge termini che speravamo sepolti sotto i detriti del decennio scorso, ma il riverbero delle esplosioni che illuminano le notti del Medio Oriente. Con il conflitto tra l’asse USA-Israele e l’Iran giunto a un punto di non ritorno, l’Europa si riscopre improvvisamente fragile, proiettata in un passato recente fatto di "smart working" forzato, limitazioni agli spostamenti e lo spettro di un’austerità che sa di déjà-vu. Il continente è di nuovo stretto in una morsa: schiacciato tra la necessità di una drastica decrescita e il rischio di una paralisi sistemica, orfano di una bussola sovrana e abbandonato dai propri alleati storici.

 Sebbene l'espressione "lockdown energetico" stia dominando i titoli dei giornali, è fondamentale operare una distinzione: non siamo di fronte a un decreto ufficiale, ma a una invenzione giornalistica che descrive con inquietante precisione uno scenario di emergenza imminente. È una definizione nata per dare un nome a un piano di tagli obbligatori ai consumi di gas ed elettricità, necessari per evitare il collasso delle reti nazionali.

Tuttavia, l'evocazione del termine non è casuale. Essa sfrutta la memoria muscolare della pandemia per preparare l'opinione pubblica a un nuovo tipo di "dirigismo tecnocratico", dove lo Stato non interviene più per il distanziamento sociale, ma per la salvaguardia di riserve che languono. Come ha osservato Giacomo Astaldi:

"Non si tratterebbe dunque di chiudere le persone in casa, ma di limitare alcune attività."

Si delinea così una "clausura energetica", un’austerità moderna che somiglia terribilmente a un nuovo lockdown mascherato da virtù ecologista.

L’epicentro di questo delirio risiede nello Stretto di Hormuz, l'arteria vitale attraverso cui scorre l’oro nero del mondo, bloccata da quaranta giorni a causa della "guerra energetica" scatenata da Washington e Teheran.

Per l'Europa, il bilancio è quello di una vera e propria catastrofe economica:

  • Gas: un’impennata dei prezzi del 70% nei mercati UE.

  • Petrolio: quotazioni internazionali schizzate del 50%.

  • Carburanti: il diesel ha sfondato stabilmente il tetto dei 2 euro al litro, un dato drammatico se si considera che il governo ha già applicato un taglio delle accise di 0,25 euro. Senza tale intervento, il prezzo sarebbe fuori controllo.

  • Costo totale: una stangata che supera i 14 miliardi di euro, destinata a svuotare i conti di famiglie e imprese.

 Il "Decalogo della Decrescita": La ricetta di Bruxelles

Invece di rispondere con una strategia di sovranità energetica, la Commissione Europea ha scelto di rispolverare il manuale della pandemia. Il commissario Dan Jørgensen ha presentato quello che molti definiscono il "Decalogo della Decrescita", una serie di misure che punterebbero a razionare le scorte attraverso il sacrificio individuale:

  • Ritorno massiccio allo smart working per "svuotare gli uffici" (e spegnere i riscaldamenti).

  • Riduzione dei limiti di velocità di 10 km/h in autostrada per risparmiare diesel.

  • Tagli drastici ai voli aerei non essenziali.

  • Incentivazione forzata del trasporto pubblico, con il paradosso di spingere i cittadini ad ammassarsi su bus e metro proprio mentre si chiede loro di fermare la vita privata.

L’approccio è lo stesso del 2020: colpevolizzare il singolo. Se le dinamiche globali sfuggono al controllo di Bruxelles, la soluzione è chiudere le nazioni e fermare i motori, chiedendo ai cittadini di tornare a vivere "in bianco e nero".

 1973-2026: Il "Guinzaglio Digitale" di un sistema fragile

Il paragone corre inevitabilmente alla crisi petrolifera del 1973, l'anno della guerra del Kippur e delle "domeniche a piedi". Ma se cinquant'anni fa la società era meccanica e parzialmente resistente, oggi ci troviamo di fronte a una fragilità tecnologica senza precedenti.

La crisi energetica del 2026 agisce come un "guinzaglio digitale". La nostra economia non è più fatta solo di pistoni e caldaie, ma di server, cloud e flussi di dati. Se manca l'energia, non si fermano solo le auto; si spegne l'infrastruttura stessa della nostra esistenza post-moderna. 

Basta banchettare sulla nostra pelle!

S'osserva, con un tedio che confina con la nausea, il perpetuarsi di quel barbaro rituale che i padroni del vapore amano definire «geopolitica», ma che altro non è se non una vorace bulimia egemonica. È un paradosso squisito, ancorché atroce: mentre le élite sorseggiano il nettare del potere in salotti ovattati, il fiele delle loro ambizioni coloniali viene versato, con metodica ferocia, esclusivamente nelle gole arse dei derelitti, di coloro che la storia ha condannato al ruolo di perpetui sacrificabili.

Risulta ormai intollerabile l’idea che il nostro quotidiano affannarsi, il sudore versato sull'incudine della sussistenza, serva a oliare gli ingranaggi di una macchina bellica predatoria. Nutrire col proprio vigore vitale un’aggressione che profuma di polvere da sparo e sogni imperituri di dominio è un’infamia che nessuna retorica patriottica può mondare.

L’Ultima Trincea: Il Rifiuto

Ci appellate nuovamente al sacrificio? Auspicate che il volgo si rinchiuda in una nuova, illecita cattività per emendare i vostri peccati di tracotanza? Sia fatto. Ma che questo isolamento non sia una sottomissione, bensì un olocausto dell’inerzia.

  • Sospensione d’ogni Moto: Per un sette giorni, il mondo si fermi.

  • Lo Sciopero dell'Esistenza: Ci si astenga da qualunque attività umana, fosse anche la più triviale, affinché l'ingranaggio si inceppi nel vuoto che lasceremo.

  • La Clausura del Dissenso: Ci serreremo volontariamente nei nostri domicili, non per timore della legge, ma per il disgusto di calpestare un suolo sporco del sangue di genocidi e schiavitù che non intendiamo più cofinanziare.

"In un'epoca di universale menzogna, il non agire non è solo una forma di resistenza: è l'unico modo per non essere complici della macelleria sociale che spacciate per progresso."

Sia questo disobbedire la nostra risposta alla vostra cacofonia di morte. Se la vita deve servire a finanziare l'eccidio, allora preferiamo smettere di partecipare alla vostra storia.

Fabricius Limes







02 aprile 2026

 

Anatomia di un Declino


“Volevo regalarmi un nuovo strumento high tech per musicare il mio ultimo componimento, ma ho dovuto lasciar perdere. A causa degli aumenti dovuti alle guerre in corso, riempire il serbatoio del SUV, scaldare il music loft e frequentare il Derby Club, è diventato troppo costoso per permettermi altre spese. Ho chiesto all’azienda di fare qualche straordinario per tamponare l’emergenza.”

Siamo il ritratto perfetto dello squallore contemporaneo: la nostra coscienza si risveglia solo quando il portafoglio piange. La "crisi" non è la carneficina che finanziamo altrove, ma gli euro in più sul carburante che ci impedisce l'ultimo capriccio tecnologico.

Mentre interi popoli vengono macellati per garantire che il nostro castello di carte non crolli, noi, i "civilizzati", a parte qualche lodevole ma ininfluente protesta, come massa critica non muoviamo un dito per fermare il massacro. Al contrario, ci prostriamo: chiediamo più catene, imploriamo più ore di straordinario, svendiamo i rimasugli della nostra dignità pur di non rinunciare al superfluo. E mentre nei salotti buoni, tra un calice di vino bio e una citazione colta, ci riempiamo la bocca di "generosità", "disarmo" e "fratellanza", la realtà è un’oscenità che non vogliamo guardare: siamo tutti pacifisti col culo degli altri.

Quanti sono disposti a rinunciare al proprio piccolo privilegio per un briciolo di umanità reale? Nessuno. Preferiamo il caro vecchio ‘mors tua, vita mea’, purché l’orchestra continui a suonare. Come sul Titanic. Siamo schiavi che lucidano le proprie catene, terrorizzati dall'idea di essere finalmente liberi.

Quanta squallida falsità nel sorriso soddisfatto di chi ostenta, ad esempio, di aver comprato con sacrificio una nuova auto elettrica per salvare il pianeta, senza considerare il doppio impatto ambientale di quella scelta. Ma qualcosa meno, anche no? Ah già, il PIL deve crescere.

Chiamiamoli con il loro nome: i nostri concetti di 'pace', 'armonia' e 'benessere' sono il lubrificante dei bombardamenti. È una democrazia imposta a colpi di ipocrisia sulla pelle di chi non ha voce, solo per mantenere intatto il nostro scricchiolante proscenio. In questo sistema marcio, ogni volta che accendiamo il riscaldamento o compriamo l'ultimo gadget tecnologico, c'è un cecchino o un drone che protegge quella rotta commerciale, un bambino che scava in una miniera di cobalto o un intero popolo che viene eradicato in una guerra coloniale di sfruttamento. Il nostro è un parassitario"standard di vita" che si nutre della carne dei più deboli.

Volete davvero un cambiamento?

Volete davvero dimostrare di avere un briciolo di umanità residua? Smettete di belare e agite.


Sette giorni di buio. Sette giorni di fermo totale. Niente acquisti, niente lavoro, consumo essenziale. Blocchiamo l’ingranaggio che macina vite umane a vantaggio di una manciata di vampiri virulenti. Poiché il sistema si nutre esclusivamente della vostra energia e della vostra produttività coatta, l'unico modo per abbatterlo è negargli il nutrimento.

Dimenticate il rito inutile del voto. Quella croce su un pezzo di carta non è un esercizio di democrazia, ma l'accettazione formale della propria schiavitù. In Italia, i governi sono stati ridotti a un teatro di ombre dove destra e sinistra si scambiano i costumi per recitare lo stesso copione: l’obbedienza cieca ai mercati, ai diktat sovranazionali e ai signori della guerra.

Zerosette: Il Sabotaggio come Diritto

Vediamo chi ha davvero il coraggio di scegliere l'amore e la cooperazione quando il prezzo da pagare è mettere in gioco il proprio piccolo, meschino comfort.





21 marzo 2026

 
LA POVERTÀ NON È UN REATO


Mentre il costo della vita subisce un'impennata funzionale al finanziamento di conflitti bellici e al mantenimento dei privilegi di un’élite autoreferenziale, i cui abissi morali sono stati messi a nudo da vicende come lo scandalo Epstein; mentre l'integrazione della robotica e dell'intelligenza artificiale non si sta traducendo in progresso collettivo, bensì nell'amputazione sistematica della classe lavoratrice; mentre la rarefazione del potere d'acquisto e la dilagante precarietà riducono il cittadino a un soggetto economico senza garanzie, la risposta della politica qual’ è?

Non il pane, ma la repressione.

Le nuove leggi sulla sicurezza ribatezzate anti-Gandhi" e "anti-maranza"contenute nel DDL Sicurezza (Legge 80/2025) e nel recentissimo Decreto Sicurezza di febbraio 2026 (D.L. 23/2026), hanno un obiettivo chiaro: criminalizzare chi non ce la fa.

- Invece di combattere la povertà, attacca i poveri.

- Invece di risolvere le crisi sociali, le contiene.

Siamo di fronte alla consapevole scelta di gestire le disuguaglianze non con il welfare, ma con il manganello e la cella.

IL PIANO È SCRITTO:

  • Vuoi una casa? Ti danno il carcere.

  • Protesti per il lavoro? Ti danno il carcere.

  • Resisti a uno sfratto? Ti danno il carcere.

  • Manifesti il dissenso? Diventi un criminale.



E’ "Dottrina dello Shock". Chi siede al potere sa. Sa che il futuro che stanno costruendo è fatto di incertezza assoluta e miseria diffusa. E proprio perché lo sanno, blindano le strade e inaspriscono le pene.

Così come hanno reso inutile il voto: l'alternanza politica è un'illusione che maschera una continuità strategica trasversale, già vincolata dal "pilota automatico" delle direttive europee.

Verso un nuovo autoritarismo sociale

Questa non è "giustizia". Questo è un assedio legislativo contro le categorie più vulnerabili. Una nazione "democratica" che teme il confronto sociale al punto da volerlo estinguere per via giudiziaria è il ritratto di una società in agonia. La classe politica che oggi firma questi decreti sta firmando un contratto di sottomissione per le generazioni future: un mondo dove chi cade non viene aiutato a rialzarsi, ma viene ammanettato perché è "d'intralcio" al decoro del potere.

Vogliamo davvero essere complici di questo futuro?

12 marzo 2026

Il codice della bestia

 

EPSTEIN FILES, GUERRE 
E IL SILENZIO DELLE COSCIENZE.

C’è una linea rosso sangue che attraversa la storia umana dalla sua comparsa fino a oggi. Un appetito antico che con il passare dei millenni non si è placato. Abbiamo solo affinato le armi, migliorato la retorica, reso la predazione più efficiente e più pulita agli occhi di chi guarda. 

E io ho creduto, ingenuamente, che millenni di filosofia, di preghiere, di progresso culturale avessero finalmente inciso qualcosa nel nostro codice comportamentale. Che ci avessero, almeno in parte, strappato alla logica del branco e della caccia.

E invece eccoci qui: Bestie. Istintivamente fermi esattamente a circa duecentomila anni fa.

Guerre, sfruttamento, perversione: la storia dell’umanità sembra un catalogo interminabile di queste stesse ossessioni. Ma ciò che rende il presente ancora più inquietante è la loro nudità. La fame di potere non si nasconde più nemmeno dietro grandi ideali o narrazioni salvifiche: oggi è spietata e, soprattutto, sfacciata. Il male si espone, si celebra, si normalizza.

Intellettuali, filosofi, teologi, storici,  persino coloro che hanno fatto dell’evoluzione interiore una professione di fede sono, salvo qualche rara mosca bianca, i grandi assenti. Assenti dal dibattito, assenti dal confronto delle idee, assenti dall’intraprendere azioni rivoluzionarie proprio nel momento in cui sarebbe più necessario.

Una assenza che fa riflettere. E che stiamo pagando tutti, letteralmente.

Quello che segue è un testo crudo, una provocazione severa che nasce da una stanchezza profonda.

Epstein Files, guerre e il silenzio delle coscienze.

Tre parole che, insieme, raccontano un’unica realtà: il potere che si nutre di corruzione e omertà.

Da una parte gli Epstein Files, dall’altra le guerre, cicliche, onnipresenti, alimentate da interessi economici e geopolitici che divorano vite umane come se fossero una risorsa rinnovabile.

In mezzo c’è il vero protagonista di questa storia: il silenzio.

Il silenzio di una società, di genti che sono le prime vittime di questa carneficina, che si indignano per qualche giorno, gridano allo scandalo, e poi tornano a scorrere lo schermo.

Gli Epstein Files non hanno soltanto aperto un archivio: hanno stracciato la maschera del perbenismo mostrando i tratti di una tale depravazione davanti alla quale persino il marchese De Sade si sentirebbe un dilettante. Come specie evoluta, non ci siamo limitati a uccidere per sopravvivere. Abbiamo fatto di peggio: abbiamo concepito il divino per sacralizzare e motivare ogni brutalità.

Dalle pietre di Göbekli Tepe alle fondamenta dei templi egizi, il sacrificio umano è stato la nostra moneta di scambio con l’invisibile: sangue offerto per corrompere gli dèi, per comprare potere, per addomesticare la paura. Oggi il codice è cambiato, i riti sono più discreti, i templi si chiamano istituzioni e salotti del potere. Ma la logica resta la stessa: l’infanzia diventa merce, corpo sacrificabile, strumento per appetiti che sfuggono perfino alla nostra capacità di nominarli.

Il rituale cambia forma. La vittima no.

Non c’è stata alcuna evoluzione morale, nessuna redenzione della specie. Solo un perfezionamento degli strumenti di morte, una modernizzazione della ferocia. 

Di fronte a questo banchetto di carne umana, quale è stata la reazione collettiva?

Un rifiuto netto, un ammutinamento globale, morale e materiale capace di arrestare questa macchina infernale? No. Solo un effimero orgasmo d’indignazione da tastiera: qualche parola rabbiosa, il ticchettio nervoso dei commenti sui social, abbastanza per auto-assolversi prima del prossimo click.

Ancora più desolante è il cinismo di chi scrolla le spalle. Quel silenzio pesante, vischioso, gravido di complicità, che lentamente trasforma l’orrore in routine. È così che i mostri smettono di sembrare tali: come nella finzione di una serie televisiva, diventano semplicemente parte della sceneggiatura.

La massa, in fondo, preferisce convivere con gli orchi che governano questo sistema piuttosto che mettere davvero in discussione la propria comoda servitù.

Meglio adattarsi, abbassare lo sguardo, continuare a vivere dentro il recinto. Perché sfidare il meccanismo avrebbe un costo: perdere privilegi, sicurezza, abitudini.

E così il martirio dei più deboli diventa un prezzo accettabile. Tutto purché l’“ordine costituito” resti intatto, e le coscienze possano continuare a dormire.

Mi viene il vomito.

E lo dico con tutto il cuore.  Scrivo queste righe con un solo desiderio: essere smentito.

Basta con la farsa consolatoria del “restiamo umani”. È una coperta tirata sugli occhi per non vedere ciò che siamo davvero. Apriamo, una buona volta, il dizionario della realtà. Smettiamola di confondere l’antropologia con le fiabe della buonanotte. Quando diciamo che la società si sta “disumanizzando”, stiamo mentendo. A noi stessi, prima di tutto. Ci raccontiamo che l’essere umano, per natura, sarebbe quella creatura angelica, cooperativa e gentile che sorride nelle pubblicità progresso, nei manifesti ascetici, nei sermoni domenicali.

Ma la storia, quella autentica, non la versione sterilizzata per i libri scolastici, è scritta con il sangue, con le ossa, con i corpi sacrificati sull’altare del potere.

E ogni volta che la guardiamo davvero in faccia, ci restituisce la stessa verità brutale: il mostro che continuiamo a cercare fuori è sempre stato dentro di noi.

La prova è antica quanto la nostra specie. Uno dei più remoti esempi di conflitto armato su larga scala, proviene dal sito di Jebel Sahaba, nella valle del Nilo, nell’attuale Sudan: circa tredicimila anni fa, alla fine del Paleolitico superiore.

E no! A Jebel Sahaba non ci stavamo scambiando fiori e carezze.

Ci stavamo conficcando punte di freccia nelle vertebre. Nei crani. Nei toraci.

Quasi metà degli scheletri ritrovati porta i segni della violenza: corpi trafitti, fratture, lame di pietra ancora incastrate nelle ossa. Uomini, donne, perfino bambini. Non un incidente isolato, ma la traccia di scontri ripetuti, di una ferocia già organizzata.

Questa è l’origine da cui veniamo. Non un Eden infranto, ma un campo di battaglia.

Non c’era la “società moderna” a corromperci. Non c’era il capitalismo, non c’erano i social media, non c’erano algoritmi né chatbot comportamentali a manipolarci.

C’eravamo solo noi. I Sapiens. 

E questo dovrebbe inquietarci più di qualsiasi teoria sul declino della civiltà. Perché significa che la violenza non è un incidente della storia: è una sua componente strutturale.

L’essere umano non è “buono per natura”. È capace di fare del bene, sì,  ma è anche strutturato per la sopraffazione, per il conflitto, per la distruzione dell’altro quando questo serve alla sopravvivenza, alla difesa o al dominio. Abbiamo perfezionato l’arte di ucciderci molto prima di inventare la scrittura, la ruota o l’agricoltura. 

E non serve nemmeno un conflitto geopolitico per smascherare questa natura. Basta una situazione quotidiana. Basta uno sguardo giudicante al semaforo, un parcheggio soffiato da sotto il naso, un commento provocatorio sulla dieta o sulle scelte genitoriali, per scatenare il guerriero che è dentro di noi.

Basta un gesto involontario, una battuta irriverente sulla fede calcistica, quel tribalismo moderno che sostituisce l'appartenenza al clan per vedere la metamorfosi: l’individuo istruito, quello che parla di valori, di tolleranza, di civiltà, si dissolve all’improvviso. Al suo posto emerge qualcosa di molto più ancestrale, un violento desiderio di vendetta che non ha nulla di razionale. 

La risposta non è il dialogo. È l’adrenalina.

Non è la parola. È il ruggito.

Quando poi vengono toccati i beni o gli affetti, il velo cade del tutto:

“Non toccare la mia famiglia o ti distruggo!”

In questa frase, pronunciata spesso con un orgoglio quasi eroico, risiede la negazione stessa dell’etica moderna. È il ritorno immediato alla legge del taglione. Non appena il nostro piccolo territorio affettivo viene sfiorato, la civiltà arretra e lascia spazio alla logica più antica: colpire prima, colpire più forte. E lo facciamo con la convinzione di essere nel giusto.

È qui che l’illusione si spezza: la condiscendenza che esibiamo come segno di progresso è spesso solo una fragile gentilezza, un armistizio temporaneo pronto a essere stracciato al primo segnale di minaccia. Oltre i sorrisi e il galateo, resta sempre la stessa possibilità: tornare alla forza. Subito. Senza esitazione.

Volete davvero “cambiare?” Allora accettate il mostro nello specchio.

La domanda è semplice: chi vogliamo essere davvero?

Perché la verità è questa: odio e violenza scattano in noi come riflessi pavloviani, immediati, quasi automatici. La pace, l’amore e l’armonia, invece, non sono mai stati il nostro stato naturale. Sono costruzioni fragili, faticose, invenzioni morali recenti che esistono solo se qualcuno decide di adottarle e difenderle con disciplina, sacrificio e una volontà quasi sovrumana.

E, per quanto incredibile sia ammetterlo, possiamo ancora scegliere tra il bene e il male.

Tutto il resto è un amplesso tra affari e politica.

Se pensate che abbia esagerato, prendo atto del vostro giudizio. Ma allora guardate meglio il mondo che abbiamo costruito.

Quando vedo giovani menti brillanti, talenti che potrebbero essere impiegati nel “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale …” , nel dare sostanza a ciò che persino la nostra Costituzione proclama , scegliere invece di progettare e produrre macchine di morte per l’industria bellica, qualcosa dentro di me si ribella. 

Quando vedo persone entrare in politica non per servire la collettività, ma per scalare gerarchie, consolidare privilegi e migliorare la propria posizione sociale mentre attorno cresce una moltitudine di vite schiacciate dalle povertà, il silenzio diventa favoreggiamento.

E allora no, non riesco a tacere.

Posso solo fare ciò che è nelle mie possibilità: denunciare, smascherare, provare a sabotare questo sistema con le poche, spuntate armi che possiedo: la parola; il rifiuto; il boicottaggio.

Se Platone potesse leggere questo post, probabilmente direbbe:

“Amico mio, non sei smentito dai millenni, perché la natura dei molti è immutabile. L'uomo è una creazione divina che ha scelto di vivere come predatore animale. Quella che tu chiami 'politica', io la chiamavo 'nobile menzogna', ma con una differenza: la mia serviva a tenere in piedi la città, la vostra serve solo a nascondere il vostro marcire.”

Attendo i vostri commenti. 


26 febbraio 2026

Codice Chaos

 

Codice Chaos:

Il Bibliotecario


Oltre le vetrate dell’attico che dominava Gae Aulenti, Milano si scomponeva in un groviglio di ombre frenetiche. Un nevischio inaspettato, fuori stagione, stava lentamente sostituendo il consueto grigiore del panorama, avvolgendo la metropoli in un sudario bianco e innaturale.

All’interno, sospeso in un’eleganza asettica che sapeva di potere, Marco sedeva immobile. Trent’anni, il volto segnato dalla stanchezza cronica di chi guida un movimento per il diritto all’abitare; sembrava fuori posto tra quei marmi freddi.

Di fronte a lui, sedeva l’uomo.
Per lo Stato, era un fantasma; per i database, un errore di sistema; per la Storia, un’omissione necessaria. Era un uomo che, secondo ogni logica di sicurezza e protocollo, non sarebbe mai dovuto esistere.

Si faceva chiamare "Il Bibliotecario". Non aveva un passato, solo il volto di un distinto sessantenne con una passione per il cachemire scuro.

Il Bibliotecario sollevò la tazza di thè con lentezza cerimoniale, lasciando che il vapore velasse per un istante i suoi occhi, prima che lo sguardo tornasse a inchiodare Marco alla poltrona.

«So perché sei qui, Marco. Non servono presentazioni tra chi osserva e chi è osservato. In un certo senso, sono stato io a tracciare i segni sul terreno affinché tu arrivassi a questa porta.»

Un sorriso appena accennato, simile a una crepa su una statua antica, gli tese le labbra.

«Hai avvertito quel brivido, vero? Quell’attrito sottile che increspa la trama del tuo presente. Non è solo un turbamento, è il rumore del codice che si chiude su di te. Ogni tua mossa, ogni "diversione" che credevi un lampo di genio, era già stata scritta sui margini del sistema. Credi di impugnare il timone, ma stai solo seguendo una scia tracciata da altri…Vedi, Marco, il tuo è un errore di ingenuità. Tu, come quelli che gridano nelle piazze o vomitano rabbia sulle tastiere, coltivi l’illusione che la democrazia sia un dialogo. Un libero scambio di energie, un atto di volontà.»

Posò la tazza sul piattino. Il suono della porcellana fu netto, definitivo, come lo scatto di una serratura.

«La democrazia non è il risultato di un confronto. È una sceneggiatura. Un movimento di masse studiato per sembrare spontaneo, dove ogni passo falso è previsto e ogni slancio è già scritto nella trama. E noi? Noi siamo i registi. Teniamo il tempo, disegniamo le geometrie del dissenso e curiamo le luci della ribalta dal 1967. Tu sei un attore, Marco. Sei solo un corpo che esegue il copione che noi abbiamo codificato prima ancora che tu imparassi a balbettare.»

Il Bibliotecario posò un tablet sul tavolo. Sullo schermo apparvero i documenti ingialliti dell’Operazione CHAOS.

23 febbraio 2026

cronache dal mondo del lavoro

«Fuori c’è la fila»

(cronache dal mondo del lavoro)

 Mi chiamano Enea. Ma dimenticate il mito, le navi e la promessa di una nuova alba. Non sono qui per fondare imperi, ma per certificarne il decesso. Sulle spalle non porto gesta eroiche, ma il cadavere putrefatto di un’illusione collettiva: l’idea che il sudore dei libri potesse garantire dignità... conoscenza sicuramente. Consapevolezza? Chissà.

Cammino tra le macerie di un presente in decomposizione, inciampando nei cocci di due lauree che oggi hanno lo stesso valore nominale della carta straccia e nel silenzio di tre lingue che servono solo a tradurre, con padronanza, la parola miseria in tre idiomi diversi. Sono l'Enea del precariato.

Ho ascoltato le geremiadi dei “padroni” di bottega che abbassano le saracinesche, officiando il funerale delle proprie attività sull’altare del “non si trova più nessuno. I giovani non hanno più voglia di lavorare”. Il loro è un ritornello stantio, una nenia che accusa le nuove generazioni di aver barattato il sudore con la comodità di una scrivania, la fatica con l'indolenza.

Ascolto, ma dubito. Prendo atto della loro versione, certo, ma ne intravedo le crepe. Spesso, la morte di un'impresa è un mosaico complesso di burocrazia, tassazione iniqua, incapacità gestionale, mercati mutati e visioni miopi; eppure, puntare il dito contro il “giovane scansafatiche” è la scorciatoia morale più agevole.

Perché la verità è una lama a doppio taglio: per ogni imprenditore onesto, rara avis che ancora offre un salario decoroso e il rispetto del mestiere, esistono intere legioni di predatori in completo blu. . Come scriveva Karl Kraus: “Quando il sole della cultura è basso, i nani proiettano ombre lunghe”. E in questo tramonto del lavoro, le ombre di questi cacciatori di sconti umani oscurano ogni residua traccia di decenza.

Cinque anni fa, ero un fiero prodotto del sistema: 110 e lode, la spavalda determinazione di chi ha due lauree in tasca e un curriculum che scintillava più delle vetrate del grattacielo dove fui convocato, nella nevralgica Milano. Lì, un sacerdote delle Risorse Umane, una di quelle figure che, come scriveva Ennio Flaiano, “ha molte idee, ma tutte sbagliate”, mi porse il calice del sacrificio.

«Stage. Sei mesi. Seicento euro. Settore H.R. Junior. Se sei all'altezza del tuo curriculum e sopravvivi, forse ti concederemo il privilegio di continuare.»

Mentre sorrideva con quella dentatura tanto perfetta da sembrare finta, feci il calcolo della mia servitù. Seicento euro. In una città che divora i suoi figli al ritmo di seicento euro per un loculo in condivisione e quaranta per il permesso di circolare tra i suoi fumi. Mangiare? Un dettaglio fisiologico trascurabile. La pizza? Un’eresia edonistica.

Senza l’aiuto dei miei genitori, non se ne sarebbe parlato.

Quando gli feci notare che la matematica non è un’opinione e che con quella cifra avrei faticato a persino a respirare, lui allargò le braccia con la condiscendenza di un dio minore.

«È un investimento sulla tua work visibility, un “social credit score” da monetizzare in futuro. Pensalo come un investimento sulla tua immagine da spendere sul mercato del lavoro.» disse.

Certo. La visibilità. Quella condizione fisica che precede solitamente la scomparsa definitiva. Come se potessi pagare il panettiere con il prestigio di un logo aziendale o barattare la mia fame con una fotocopia su carta intestata.

Accettai. Per quella paura ancestrale di restare fuori dal banchetto, anche se il convivio offriva solo briciole. Ma non imparai l'arte del comando. Diventai un amanuense del vuoto:

- Rispondevo al telefono;

- Eseguivo fotocopie;

- Compilavo fogli Excel destinati all'oblio digitale;

- Prenotavo voli transatlantici per satrapi che guadagnavano in un pomeriggio il mio PIL annuale.

Ero una protesi biologica che costava all’azienda meno del toner della stampante. Passavo le mie ore a distillare caffeina per risvegliare l’apatia dei miei carnefici, un rito di sottomissione camuffato da cortesia d’ufficio. L’incarico di maggior rilievo, e il solo pensiero mi fa ancora rivoltare le viscere, fu quello del boia digitale. Mi affidarono il compito di officiare i licenziamenti via call: un colpo di ghigliottina sferrato dietro uno schermo, troncando esistenze con un clic distaccato.

Lo feci.

Nonostante quel delirio di Stoccolma aziendale, mi attardavo anche oltre l'orario stabilito mendicando la grazia di essere notato per la mia disponibilità. Non era dedizione: era la sindrome del prigioniero che lucida le sbarre della propria cella sperando che il carceriere gli conceda un sorriso prima di chiudere la serratura.

Al termine del semestre, il verdetto.

Il Capo, un uomo la cui etica era sottile quanto la sua cravatta di seta, mi propose il “salto di qualità”: Ottocento euro e altri sei mesi di contratto”. Una proposta che puzzava di insulto. Tornai nel mio loculo e quella notte il sonno fu un lusso proibito; nella mente, le citazioni dei grandi autori ronzavano come meme impazziti:

“Il lavoro che non paga il pane non è dignità, è sciacallaggio.”

Si è schiavi non quando si ha un padrone, ma quando non si può fare a meno di averlo.”

Il servo non vuole essere libero, vuole essere il padrone del prossimo servo.”

Alle tre del mattino accesi il laptop ed iniziai a digitare:

Oggetto: Dimissioni volontarie, restituzione della catena.

Alla cortese attenzione di chi fa parte della “Board” 
(o di chiunque gestisca l'algoritmo delle risorse umane)

Con la presente comunico la mia decisione irrevocabile di rassegnare le dimissioni con effetto immediato.

Operare per voi è stato un percorso illuminante. In questi mesi ho avuto il privilegio di osservare da vicino la necrofagia aziendale: quella raffinata arte di estrarre valore da lauree e competenze pagandole con la valuta della nota di prestigio sul curriculum vitae” e dei buoni pasto (quando previsti).

Me ne vado non per mancanza di gratitudine, ma per un eccesso di aritmetica. Ho scoperto, con mio sommo rammarico, che l'affitto non accetta pagamenti in credenziali positive e che il supermercato sotto casa non ha ancora attivato la conversione dei punti “formazione sul campo” in generi alimentari.

Lascio sulla scrivania:

- Il badge, simbolo di un’appartenenza che somigliava pericolosamente a una sottomissione.

- Le password dei file Excel, quei monumenti al nulla che ho eretto con la pazienza di un amanuense.

- L'illusione che questa azienda consideri i propri collaboratori come esseri senzienti e non come semplici voci di costo da limare per far quadrare il bonus dei dirigenti.

Citando Oscar Wilde, “Oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente”. Voi siete i maestri indiscussi di questa filosofia.

State cercando qualcuno che finanzi la vostra crescita con la propria povertà. Io cerco un'azienda che produca ricchezza, non che la parassiti. Vi auguro di trovare qualcuno che creda alle favole più di quanto creda alla matematica.

Cordialmente (ma senza stima),

Enea

Ps: la “fila fuori dalla porta” di cui vi vantate non è un segno della vostra grandezza, ma la prova dell’oceano di disperati che avete contribuito a creare. Della buona creanza funzionale alla reputazione digitale, non so che farmene. La mia pazienza è esaurita. Di questo mio vomito di verità fatene ciò che volete: ignoratelo, calpestatelo o dategli fuoco. Ormai, sono fuori dalla vostra portata.


Ciò che avete letto è un costrutto di fantasia ispirato a fatti reali, un atto di sabotaggio testuale volto a squarciare il velo di ipocrisia che ammanta un paradigma sociale ormai incompatibile con la biologia dell’essere umano.

Siamo immersi in un modello che non genera valore, ma aberrazioni esistenziali: un sistema che distilla sofferenza sistematica e atrofia dell'anima a beneficio esclusivo di una ristretta élite di vampiri energetici, parassiti che pasteggiano con il tempo e i sogni di chi non ha ancora trovato la forza di dire “no”.

Come ammoniva Guy Debord, “nello spettacolo, una parte del mondo si rappresenta davanti al mondo ed è a esso superiore”.

È ora di interrompere la rappresentazione.

Il dibattito è aperto:
Lasciate nei commenti la vostra testimonianza, un frammento della vostra rabbia o il vostro pensiero lucido. Rompete il silenzio, prima che il silenzio diventi la vostra definitiva prigione.

13 gennaio 2026

Confini Labili, il liblog

Un libro per allenare lo sguardo

Questo libro nasce da una mia inquietudine,

dal sospetto che molte delle certezze con cui conviviamo siano più fragili di quanto ci venga raccontato.

Introduzione

Non sappiamo esattamente quando sia successo.
Non c’è stata una dichiarazione ufficiale, né un giorno da segnare sul calendario.
Un po’ alla volta, abbiamo smesso di farci domande.
Il linguaggio si è semplificato, poi impoverito.
Il pensiero critico è stato etichettato come disagio.
Il dubbio come perdita di tempo.
Le risposte sono diventate rapide, rassicuranti, tutte uguali.
Preconfezionate.

In questo scenario prende forma Confini Labili.
Non è un manuale di sopravvivenza, né un manifesto politico.
È piuttosto un reperto.
Una raccolta di tracce lasciate da chi ha continuato a interrogarsi mentre tutto intorno chiedeva obbedienza, adattamento, silenzio.

Viviamo in una società che premia l’efficienza e punisce la complessità.
Dove l’essere umano è valutato per prestazioni, punteggi, compatibilità algoritmica.
Dove l’identità è un profilo, la morale una policy aggiornata, la libertà una scelta guidata.

In questo mondo ordinato e sterile, Confini Labili è un corpo estraneo.
Non offre soluzioni, perché le soluzioni sono il linguaggio del sistema.
Offre fratture.
Zone d’ombra.
Domande che non portano da nessuna parte… se non dentro.

Gli argomenti trattati prendono forma da questo blog, ma non chiedono di essere letti come post.
Chiedono lentezza.
Chiedono circospezione.
Chiedono al lettore di assumersi una responsabilità ormai rara: pensare senza istruzioni.

Questo libro non vuole convincerti.
Vuole disturbarti quanto basta da farti alzare lo sguardo.
Vuole ricordarti che i confini non sono solo geografici o politici,
ma mentali, emotivi, linguistici.
E che il primo atto di resistenza, in ogni distopia che si rispetti,
è accorgersi di viverci dentro.

Se stai cercando certezze, sei nel posto sbagliato.
Se senti che qualcosa non torna,
forse sei nel posto giusto.

Per coerenza con il suo contenuto, Confini Labili è distribuito gratuitamente.
Perché il pensiero critico non è una merce.
E perché certe parole funzionano solo quando circolano libere.

Se deciderai di leggerlo, fallo senza fretta.
Prendilo come si prende una mappa imperfetta: non per seguire un percorso obbligato, ma per avere il coraggio di perderti un po’.

Il confine, dopotutto, è sempre il luogo dove qualcosa può ancora accadere.

📥 Puoi scaricarlo liberamente, in formato PDF, da qui:

📖 Ps. insieme ad esso troverai anche il “ Pronto Soccorso Antistress” il tuo alleato personale, una guida pratica e immediata pensata per aiutarti a ritrovare calma, chiarezza ed energia esattamente quando ne hai più bisogno.
Al suo interno troverai 10 esercizi essenziali, progettati per essere semplici, veloci ed efficaci, che potrai integrare senza sforzo nella tua giornata, ovunque tu sia.