13 gennaio 2026

Confini Labili, il liblog

Un libro per allenare lo sguardo

Questo libro nasce da una mia inquietudine,

dal sospetto che molte delle certezze con cui conviviamo siano più fragili di quanto ci venga raccontato.

Introduzione

Non sappiamo esattamente quando sia successo.
Non c’è stata una dichiarazione ufficiale, né un giorno da segnare sul calendario.
Un po’ alla volta, abbiamo smesso di farci domande.
Il linguaggio si è semplificato, poi impoverito.
Il pensiero critico è stato etichettato come disagio.
Il dubbio come perdita di tempo.
Le risposte sono diventate rapide, rassicuranti, tutte uguali.
Preconfezionate.

In questo scenario prende forma Confini Labili.
Non è un manuale di sopravvivenza, né un manifesto politico.
È piuttosto un reperto.
Una raccolta di tracce lasciate da chi ha continuato a interrogarsi mentre tutto intorno chiedeva obbedienza, adattamento, silenzio.

Viviamo in una società che premia l’efficienza e punisce la complessità.
Dove l’essere umano è valutato per prestazioni, punteggi, compatibilità algoritmica.
Dove l’identità è un profilo, la morale una policy aggiornata, la libertà una scelta guidata.

In questo mondo ordinato e sterile, Confini Labili è un corpo estraneo.
Non offre soluzioni, perché le soluzioni sono il linguaggio del sistema.
Offre fratture.
Zone d’ombra.
Domande che non portano da nessuna parte… se non dentro.

Gli argomenti trattati prendono forma da questo blog, ma non chiedono di essere letti come post.
Chiedono lentezza.
Chiedono circospezione.
Chiedono al lettore di assumersi una responsabilità ormai rara: pensare senza istruzioni.

Questo libro non vuole convincerti.
Vuole disturbarti quanto basta da farti alzare lo sguardo.
Vuole ricordarti che i confini non sono solo geografici o politici,
ma mentali, emotivi, linguistici.
E che il primo atto di resistenza, in ogni distopia che si rispetti,
è accorgersi di viverci dentro.

Se stai cercando certezze, sei nel posto sbagliato.
Se senti che qualcosa non torna,
forse sei nel posto giusto.

Per coerenza con il suo contenuto, Confini Labili è distribuito gratuitamente.
Perché il pensiero critico non è una merce.
E perché certe parole funzionano solo quando circolano libere.

Se deciderai di leggerlo, fallo senza fretta.
Prendilo come si prende una mappa imperfetta: non per seguire un percorso obbligato, ma per avere il coraggio di perderti un po’.

Il confine, dopotutto, è sempre il luogo dove qualcosa può ancora accadere.

📥 Puoi scaricarlo liberamente, in formato PDF, da qui:

📖 Ps. insieme ad esso troverai anche il “ Pronto Soccorso Antistress” il tuo alleato personale, una guida pratica e immediata pensata per aiutarti a ritrovare calma, chiarezza ed energia esattamente quando ne hai più bisogno.
Al suo interno troverai 10 esercizi essenziali, progettati per essere semplici, veloci ed efficaci, che potrai integrare senza sforzo nella tua giornata, ovunque tu sia.


31 dicembre 2025

2026: L’anno della normalizzazione.

 

2026: L’anno della normalizzazione.

Il tecno-predatore.

Il viaggio prosegue ancora lungo un solco antico, inciso dai faraoni, dai re-sacerdoti di Sumer, dai signori che si dissero eterni. Cambiano i nomi, mutano le maschere, ma il potere resta.
Oggi è travestito da tecno-predatore.
Ricordatelo: questo potere non discende dagli dèi.
Non è legge immutabile del cielo né destino della terra.
Esiste solo finché lo sostenete.

***

Cari divergenti e complici involontari,

mentre attraversiamo un inverno di transizione epocale, il familiare crepitio del camino nelle nostre case, un tempo sinonimo di rifugio, è oggi sovrastato da un coro digitale che si fa sempre più insistente: un incitamento collettivo a ciò che viene spacciato non più come una immane sciagura, ma come un “prospero futuro di guerra”.

Il salto concettuale è avvenuto. Ciò che ieri rappresentava l'estremo rimedio di un sistema al collasso, il segnale di un fallimento totale, viene oggi riscritto e imbellettato con parole che grondano di cinico pragmatismo: “saggio”, “necessario”, “giusto”.

È il trionfo finale della retorica sul fatto, dell’opportunità sulla catastrofe.

La finestra di Overton, quella che definisce cosa sia pensabile e accettabile in società, non è stata semplicemente spalancata. È stata fatta esplodere, sistematicamente demolita dall’artiglieria pesante della propaganda e dalla normalizzazione mediatica dell'impensabile. Ciò che nel recente passato sarebbe stato bollato come “eresia apocalittica”, relegata a spazi marginali, è oggi il tema del dibattito serale in prima serata, confezionato tra un servizio sul meteo e le notizie sportive. Il mostro non è più sotto il letto; siede in poltrona nello studio televisivo e ci spiega perché la sua esistenza è inevitabile.

Preparatevi, dunque. Preparatevi per un 2026 in cui l'unica emozione che troverà risonanza universale e consenso forzato sarà la paura. Una paura metodicamente orchestrata, allineata e usata come collante sociale dagli alfieri di un Nuovo Ordine Mondiale.

In questo scenario, gli ottimisti di professione, i moderni “cantori di sirene” armati di lauree in finanza e grafici rassicuranti, annunciano trionfanti una “ripresa sincronizzata” dell’economia globale. Parlano di una “rara armonia” tra i motori di crescita, di indicatori che tornano verdi, di una nuova stagione di abbondanza all'orizzonte del 2026.

Ma la loro è una sinfonia che mente per omissione. Il dato cruciale, quello che evitano con cura di spiegarci, è cosa stia crescendo in perfetta e sinistra coincidenza. Qual è la vera natura di questa ripresa?

Mentre i grandi istituti di previsione dipingono quadri rassicuranti: un PIL USA a +2.1%; un’Europa crescente a +1.6%, trainati da “politiche fiscali espansive” e dal miraggio salvifico dell’Intelligenza Artificiale, è essenziale guardare oltre la vernice dei numeri e scorgere il marcio della struttura.

Nella sua essenza più realistica, si tratta di un riassetto globale su un unico motore: l’economia di guerra.

I numeri che contano non sono le percentuali di crescita, ma le cifre assolute che vengono sottratte al corpo sociale e ingerite dal buco nero finanziario degli eserciti. Centinaia di miliardi di dollari, euro, franchi svizzeri, la valuta è irrilevante, poiché tutte confluiscono nello stesso culto, vengono deviati dallo sviluppo umano, dalla sanità e dal welfare, per essere sacrificati sull’altare di una nuova e permanente austerità bellica.

Questa è una logica teologica del capitale in stato di crisi terminale.

Di fronte all’impossibilità di generare profitto reale e benessere diffuso, il sistema si è ristrutturato attorno alla sua unica macchina di crescita ancora perfettamente funzionante:

la produzione della paura e del suo unico antidoto vendibile, l’apparato bellico.

La logica è cinica e perfetta:

1. Crea una domanda infinita e garantita dallo Stato, con contratti a margini astronomici e nessun rischio di mercato.

2. Attiva una “distruzione creativa” su scala geopolitica, devastando economie per poi ricostruirle a debito, in un ciclo senza fine.

3. Sospende ogni regola sociale ed economica in nome dell'emergenza, giustificando l'austerità per i molti e i profitti per i pochi.

La “ripresa” è quindi un’illusione ottica: ciò che vediamo crescere non è la prosperità delle nazioni, ma il loro potenziale di annientamento, finanziato attraverso il sistematico smantellamento di ogni altra forma di protezione e investimento sociale. È la perfetta aritmetica della barbarie: si sottrae alla vita per finanziare gli strumenti della sua eventuale e redditizia distruzione.

Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci”

(Matteo 7,15)

Il grande esperimento psico-politico del nostro tempo ha raggiunto il suo apice. L'eccezione è diventata la regola. L'idea di una “terza guerra mondiale a pezzi”, fino a ieri un incubo relegato ai pamphlet dei paranoici e ai forum online dei complottisti, si è accomodata nei nostri salotti. È il tema del dibattito politico del dopocena, analizzata con la stessa disinvoltura con cui si commentano le quotazioni in borsa. Questo non è un semplice “cambio di opinione”. È il segno che la nostra finestra percettiva su cosa sia reale è stata graffiata, offuscata e infine spalancata sull'abisso.

Questo slittamento non è un fenomeno astratto. Ha una geografia precisa, che segue un inquietante gradiente di intensità.

In Europa: La Germania, custode di una memoria che avrebbe dovuto immunizzarla per sempre dalla tentazione delle soluzioni estreme, sta resuscitando il proprio potenziale bellico. Oltre mille miliardi di euro sono destinati al progetto di “Zeitenwende”, la svolta epocale che non è solo un riarmo tecnico, ma una riscrittura del suo DNA politico. Nel frattempo, nelle periferie come Marzahn, un altro spettro, quello del neonazismo, sfila in pieno giorno sotto lo slogan “Stop al terrorismo della sinistra”. I due fenomeni sono facce della stessa medaglia: la pressione esercitata dai margini estremi spinge il centro ad adottarne il vocabolario e le paure, deformando irrimediabilmente i confini dell'accettabile.

In Italia: Qui, il linguaggio del conflitto è già stato tradotto in dottrina ufficiale. Il ministro della Difesa Crosetto parla di una “guerra ibrida” già in corso. È un conflitto che evita i campi di battaglia tradizionali per insinuarsi nelle nostre reti elettriche, nei server bancari, nei flussi informativi. Quando anche il capo di Stato maggiore Portolano enumera i miliardi in armamenti inviati all'Ucraina, sta delineando i contorni di una nuova realtà: l'Italia non è più solo un alleato, ma un attore in uno stato di conflitto permanente e a bassa intensità. La guerra, infatti, non è più un evento; è una condizione.

Tuttavia, per comprendere il modello di questa transizione globale, bisogna guardare oltre l'Atlantico.

Negli USA: Gli Stati Uniti lo stanno architettando e sperimentando. Sono il laboratorio avanzato in cui si testa, con fredda precisione, quanto lontano si possa spingere il confine del dibattito pubblico prima che la struttura sociale ceda. Mentre l'Europa si agita nel tentativo di contenere il dissenso politico, l'America ha già sciolto il dissenso nel brodo della cultura di massa, rendendolo inoffensivo perché onnipresente. Ha trasformato l'estremo in mainstream, l'inaccettabile in dibattibile, il radicale in quotidiano. Questo non è un incidente della storia, ma il risultato di un processo chirurgico di inquinamento semantico. Osservate l'evoluzione del discorso anti-immigrazione: è partito da un antalgico “controllo dei confini”, è diventato una drammatica “invasione”, per poi cristallizzarsi nell'allucinazione psicotica della “sostituzione etnica”. Ogni passaggio era studiato per abituare l'orecchio collettivo a un suono più duro, più estremo, fino a che la parola finale, un tempo confinata nei libri di storia sulle peggiori dittature, è diventata titolo di un dibattito televisivo.

Il risultato di questa chirurgica normalizzazione dell'estremo, è la manifestazione clinica di una malattia sistemica terminale, i cui sintomi sono ora misurabili e inconfondibili.

Questi dati sono i parametri vitali di una democrazia in arresto cardiaco.

  • Quando il 62% dei cittadini di una nazione arriva a vedere nei propri concittadini, semplicemente per il loro orientamento politico, non degli avversari ma “una minaccia per la nazione”, non siamo più nel campo della contrapposizione. Siamo nel territorio della demonizzazione totale. L'altro non è più portatore di un'idea sbagliata; è l'incarnazione di un male da eradicare.

  • Se l'altro è una minaccia esistenziale, ogni mezzo per neutralizzarlo diventa concepibile. È per questo che quasi un americano su tre (circa il 30%) oggi giustifica la violenza politica come strumento “di protezione”. Il paradosso è abissale: il totalitarismo, viene ora rivendicato come strumento di ordine supremo.

  • In questo clima, la fiducia nel governo federale crolla al 20%. Disconnessione totale. Questa è la premessa per la legittimazione di qualsiasi forza che prometta, con brutalità nichilista, di “far saltare in aria il sistema”. È il terreno fertile per l'uomo forte, che non parla di giustizia, ma di “pulizia” e di “ordine” imposto con il pugno di ferro.

  • Questo contesto non è un'eccezione americana. È la tavola anatomica di un modello che si globalizza. Il 59% della popolazione mondiale si aspetta proteste e disordini sociali di larga scala nel 2026. La gente, nelle sue viscere, sente l'inganno architettato a tavolino, forse non riesce più a definirlo, ma lo percepisce con la certezza animale di chi vede il proprio habitat avvelenarsi. È l'istinto di sopravvivenza di un corpo sociale che, sentendosi minacciato, inizia a fremere nella disperata ricerca di una via d'uscita che il discorso pubblico ufficiale si rifiuta persino di nominare.

 ➤  La guerra, fisica o psicologica, è il miglior affare per chi è già in cima alla piramide.

La top 10 dei miliardari americani, da Musk a Zuckerberg, ha visto i propri patrimoni gonfiarsi di 698 miliardi di dollari in un solo anno, una cifra che eclissa l'intera produzione economica annua di una nazione come la Svizzera. Questo non è il frutto del genio imprenditoriale; è la logica prevista e programmata di un sistema che ha perfezionato l'arte di convertire il caos in capitale.

È l'esito di politiche fiscali bipartisan che funzionano come un sistema di drenaggio perfetto: tagliano le tasse ai redditi stratosferici, mentre si stima che 10,9 milioni di persone vengano deliberatamente private della copertura sanitaria.

La struttura portante di questo meccanismo è chiara: l'1% più ricco detiene quasi la metà di tutti i titoli azionari USA. Questa non è solo ricchezza; è sovranità finanziaria. Significa che i loro affari sono intrecciati alla performance di un mercato che fiorisce sull'incertezza, sulla privatizzazione dello Stato e, in definitiva, sulla militarizzazione della società. Sono loro i veri, unici azionisti di maggioranza della “difesa” che ci viene venduta. Ogni aumento della tensione internazionale, ogni contratto per nuovi sistemi d'arma, ogni allarme lanciato su cyber-attacchi si traduce direttamente in un aumento del valore del loro portafoglio.

Di fronte a questo scenario, sorge un problema di controllo sociale di massa. Con il 67% della popolazione globale (e italiana) che teme l'IA come distruttrice di posti di lavoro, e con un'inquietudine sociale che esplode in proteste, cosa fare dell'energia potenzialmente rivoluzionaria di milioni di giovani disillusi, disoccupati e senza futuro?

L'arruolamento “volontario” è il “nuovo simbolo di libertà e di appartenenza”.

La risposta del potere è un capolavoro di ingegneria sociale: reindirizzare la rabbia. Non placarla, non affrontarne le cause, sarebbe antieconomico, ma canalizzarla. Trasformare l'odio verticale, quello che dovrebbe rivolgersi verso l'alto contro le élite economico-finanziarie, in un odio orizzontale, contro un nemico esterno, un immigrato, una minoranza, una superpotenza rivale. È l'antica strategia del “panem et circenses” aggiornata all'era algoritmica: il pane sono le briciole di un welfare smantellato, e il circo è la guerra, presentata come l'unica carriera rimasta, l'ultimo mito collettivo disponibile, il nuovo simbolo di appartenenza in un mondo che ti ha espulso. Si trasforma così una generazione di potenziali rivoltosi in un esercito di potenziali soldati, scambiando la minaccia della rivolta sociale con la docile utilità del sacrificio patriottico.

💢 Prepariamoci a Resistere (Senza Divisa) 💢

Il 2026 sarà l'anno della normalizzazione definitiva della catastrofe. L'anno in cui parleremo di guerra come si parla del meteo, in cui accetteremo l'impoverimento come una legge fisica, in cui vedremo i nostri giovani come potenziale carne da cannone per preservare lo status quo.

L’invito è dunque a una vigilanza ostinata. Mentre la finestra di Overton viene trascinata sempre più in profondità, fino a rendere accettabile ciò che un tempo era impensabile, il compito di chi non si allinea è bloccarla, sabotarne il linguaggio, rifiutare la grammatica della necessità tecnica e dell’inevitabile. La tecnocrazia prospera presentandosi come destino, trasformando decisioni politiche in automatismi e riducendo il dissenso a irrazionalità.

Il cuore di una comunità autentica non batte al ritmo di un algoritmo, per quanto efficiente esso possa essere. Il suo vero motore è, e deve restare, l’intreccio umano di amore reciproco e solidarietà. Solo questa forza coesiva permette di resistere ai poteri strutturali che, per governare, applicano una logica perversa: quella di frammentare ciò che è unito, misurare ciò che è incommensurabile, e ottimizzare le vite umane come se fossero mere risorse da allocare.

Oggi, il volto di questo potere si è fatto più nitido e inquietante attraverso una mutazione tecnologica senza precedenti. Non stiamo più vivendo l'epoca in cui la macchina affianca l’uomo, potenziandone le capacità. Stiamo entrando in una fase nuova e più radicale: quella in cui l'essere umano viene sistematicamente reso eccedente, dichiarato sostituibile e quindi trattato come superfluo dal punto di vista produttivo. In questo scenario, il paradigma moderno del lavoro come strumento di emancipazione e identità sociale, già profondamente incrinato, viene definitivamente smantellato. L'automazione e l'intelligenza artificiale promettono un'era di abbondanza materiale, ma il loro esito concreto è un doppio movimento: da un lato, l’erosione del fondamento stesso della cittadinanza economica per milioni di persone; dall’altro, una concentrazione inedita di controllo, ricchezza e potere decisionale nelle mani di un'élite tecnologica e finanziaria sempre più ristretta. La promessa di liberazione si capovolge, così, nella minaccia di una nuova e più subdola forma di asservimento.

Di fronte a questa astrazione totale dell'umano, ridotto a dato, risorsa, o costo da ottimizzare, l'atto primario e più radicale di resistenza diventa, paradossalmente, il più semplice: restare pienamente, ostinatamente umani.

Questa umanità si difende innanzitutto attraverso un radicamento. Preservare il legame con la terra, riconoscere i suoi ritmi, rispettare i suoi limiti e accoglierne i frutti, costituisce un atto di opposizione frontale a un ordine globale che, al contrario, punta a sradicarci definitivamente. L'obiettivo di questo sistema è trasformarci in utenti puri: identità senza luogo, consumatori senza radici, corpi la cui salute, emozioni e bisogni vengono gestiti da algoritmi e integrati in flussi di dati e capitali.

In tale contesto, azioni concrete come coltivare un orto, nutrire relazioni basate sulla fiducia e non sulla convenienza, o semplicemente abitare il “tempo lento” del vivente (quello delle stagioni, della crescita, della cura), cessano di essere mere scelte personali. Diventano atti di insubordinazione consapevole contro il dogma onnipresente dell'efficienza, della produttività e della velocità.

Pertanto, scegliere la presenza fisica rispetto alla connessione virtuale, coltivare gli affetti profondi e l'amicizia disinteressata, praticare la cura reciproca e il rispetto per il suolo che ci nutre, non è affatto un gesto nostalgico o una fuga dal mondo reale. È, al contrario, un sabotaggio attivo dell'ordine tecnocratico. È una pratica di ribellione quotidiana, silenziosa ma costante, che scava un varco nella logica dominante.

Questa potrebbe essere l'ultima linea di difesa rimasta contro l'annichilimento dell'esperienza umana autentica. E, forse proprio per la sua concretezza elementare, è anche la più decisiva.

Il viaggio prosegue ancora lungo un solco antico, inciso dai faraoni, dai re-sacerdoti di Sumer, dai signori che si dissero eterni. Cambiano i nomi, mutano le maschere, ma il potere resta.

Oggi è travestito da tecno-predatore

Ricordatelo: questo potere non discende dagli dèi.

Non è legge immutabile del cielo né destino della terra.

Esiste solo finché lo sostenete.

Vive del vostro assenso, si nutre dell’abitudine, cresce nell’obbedienza travestita da buon senso. Ogni passo compiuto senza domande diventa suo territorio.

Affamatelo.

Ritirate il consenso.

Restate indomabili là dove vi vogliono docili, perché è lì, e solo lì, che gli imperi crollano.

***

Un giorno, un nonno e suo nipote si fermano a guardare il tramontare del sole…

In quel mentre, il bimbo chiede al nonno, un saggio capo Cherokee: “Nonno, perché gli uomini combattono?”

Il vecchio, con voce calma, gli risponde: “Ogni uomo, prima o poi è chiamato a farlo. Per ogni uomo c’è sempre una battaglia che aspetta di essere combattuta,da vincere o da perdere. Perché lo scontro più feroce è quello che avviene fra i due lupi.”

Quali lupi nonno?”

Quelli che ogni uomo porta dentro di sé.”

Il bambino non riusciva a capire.

Attese che il nonno rompesse l’attimo di silenzio che aveva lasciato cadere tra loro, forse per accendere la sua curiosità.

Infine il vecchio che aveva dentro di sé la saggezza del tempo riprese con il suo tono calmo. “Ci sono due lupi in ognuno di noi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento,falso orgoglio, menzogna ed egoismo.”

Il vecchio fece di nuovo una pausa, questa volta per dargli modo di capire quello che aveva appena detto.

E l’altro?”

L’altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede.”

Il bambino rimase a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva appena raccontato.

Poi diede voce alla sua curiosità ed al suo pensiero.

E quale lupo vince?”

Il vecchio Cherokee si girò a guardarlo e rispose con occhi puliti: “Quello che nutri di più.”

(Leggenda Cherokee)

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Le analisi e le riflessioni proposte si basano interamente su un mio sviluppo creativo. 


Alcuni concetti concetti chiave si ispirano ad esempio, alla "Distruzione Creativa" di Schumpeter  e "riflessioni sulla guerra come elemento strutturale del capitalismo". 
https://francosenia.blogspot.com/2024/10/guerra-denaro-la-disperazione-del.html

Dati e Previsioni Attuali: Il sondaggio Ipsos per il 2026 offre dati globali sull'ottimismo pubblico, sulle paure (es. AI) e sull'aspettativa di disordini sociali. 
https://www.ipsos.com/en/ipsos-predictions-survey-2026

L'analisi di Maplecroft conferma invece un aumento del rischio di proteste e disordini civili in molte economie avanzate per il 2026.
https://www.maplecroft.com/solutions/consulting/political-risk/insights/escalating-unrest-polarisation-economic-woes-set-stage-for-disruptive-2026/

19 dicembre 2025

La fame come politica economica

 


La fame come politica economica

(Chi distrugge il welfare prepara il collasso)

Cari lettori,

in un mio precedente post ho lanciato l’allarme parlando di come l’automazione e l’IA ci stiano preparando un futuro con più robot e meno lavoratori. Una carneficina sociale annunciata. E ho buttato lì il reddito universale, non come una manna dal cielo, ma come un cerotto d’emergenza, una soluzione tampone per non farci finire tutti al macello mentre aspettiamo, tra una crisi e l’altra, che questo società impazzita cambi rotta.

Beh, le reazioni sono arrivate. Qualcuno ha applaudito, i più si sono incazzati. La risposta più frequente, la più greve e sincera, è stata questa: Puah! Perché dovrei spaccarmi il culo per mantenere dei fannulloni?”.

Non una domanda, uno sputo. Un gesto di pura rabbia sociale.

Oggi non voglio fare il professorino. Voglio buttarvi in faccia la verità. Vi voglio mostrare come quell’incazzaturaperfettamente legittima, venga dirottata. Come venga usata per farci scannare tra noi, poveracci contro poveracci, mentre quelli veramente in alto se la ridono.

Lo faccio prendendo di petto l’argomento con un dialogo. Una discussione tra due amici. Uno è Marco, che prova un odio viscerale, e lo esprime con la volgare onesta di chi è stanco di farsi fottere. L’altro è Andrea, che cerca di spiegargli perché togliere i sussidi non è la soluzione, ma il modo perfetto per umiliarci ancor di più.

Preparatevi. Non sarà una lettura comoda. Ma se avete la pancia piena di bile per come vanno le cose, forse è esattamente quello che vi serve.

***

Domenica mattina, bar sport.
L’aria è un
intruglio denso di caffè tostato e brioches vaniglia, cioccolato e frutti di bosco.

In sottofondo, una colonna sonora di minchiate: voci rauche che scommettono su partite impossibili, mirabolanti imprese e racconti esagerati sulle scopate del sabato sera, pompate a birra e fantasie.

Marco: “Ascoltami, Andrea, e ascoltami bene. E’ da quando ho diciotto anni che mi spacco la schiena. Ogni mese, sullo stipendio che già fa pena, lo Stato mi salassa con le tasse. Dicono per la sanità, per le strade. Balle. Una bella fetta va a quei parassiti disoccupati con il divano incollato alle chiappe e la playstation in mano. Mi sento preso per il culo due volte: prima da chi non ha voglia di fare un cazzo, poi dal governo che mi deruba per mantenerli. Il reddito universale è una stronzata che puzza di mancette elettorali. La dignità te la guadagni lavorando, punto. Bisogna tagliare il cordone ombelicale. Tagliare tutto. Lasciarli a secco. Se hanno fame, vedrai come trovano la voglia di muoversi. Che si adattino oppure crepino.”

Andrea: “Certo, capisco il tuo punto di vista. Quella sensazione, Marco, è esattamente l'innesco che i sociologi chiamano Spostamento dell'Aggressività. Tu senti un'ingiustizia profonda – e hai ragione, perché sei costretto a lottare ogni giorno, a fare sacrifici perché i salari reali sono bloccati al 1990 e il costo della vita è alle stelle – ma stai sparando sulla croce rossa invece di puntare sulla vera causa. Sei frustrato dalla compressione economica imposta da un’economia predatoria, ma siccome non puoi attaccare i grandi capitali o i meccanismi finanziari globali, sposti la tua rabbia su un bersaglio più sicuro e visibile: il capro espiatorio del sussidiato. Non è una soluzione, è solo una valvola di sfogo.”

Marco: “Non è rabbia, è logica! Credo nel merito. Loro sono poveri perché non si impegnano abbastanza. Se tu fossi un vero amico, mi daresti ragione su questo: non è giusto che l'onesto lavoratore finanzi la pigrizia. Non puoi difendere i fannulloni!”

Andrea: “Ancora stai ignorando le cause e puntando il dito sul sintomo. Quella che tu chiami la loro "pigrizia" è la "Fallacia del Mondo Giusto" al lavoro, Marco. Sono fenomeni psicologici. Tu hai bisogno di credere che la loro miseria sia per incapacità e quindi la meritano. Se ammettessi che si può essere poveri per cause strutturali (delocalizzazione, crisi, speculazioni, automazione, salari non adeguati, perdita del lavoro in età avanzata, problemi di salute ecc...), dovresti ammettere che anche tu potresti finire in quella condizione, e questo è terrificante. Quindi, per stare tranquillo, sposti l’attenzione sui "fannulloni". E c'è di più: è la "Avversione all'Ultimo Posto" che ti fa attaccare. La tua vera paura è scendere al loro livello. Per questo, la tua rabbia è più feroce contro chi è appena sotto di te nella scala sociale, anziché contro l'1% che sta in cima.”

Marco: “Ma io non sono terrorizzato! Sono incazzato perché devo pagare per loro! La mia Propensione Marginale al Consumo è massacrata dalle tasse che vanno destinate a loro!”

Andrea: (Sorride) “Sei un economista adesso? Comunque comprendo la tua ragione, ma anche qui l'hai ribaltata. Ok! Time out. Seguimi in questo esempio; immaginiamo il contesto, chiamiamolo la resa dei conti: da domani, si staccano tutte le spine. Reddito di cittadinanza, NASPI, bonus, contributi affitti. Via tutto. Prendiamo per buona La tua strategia "La fame è il miglior incentivo al lavoro". Sembra una roba tosta, vero?

Vediamo cosa succederebbe davvero, passo dopo passo:
Nei primi sei mesi, non ci sarebbe nemmeno il tempo di chiedersi -che cazzo sta succedendo?- Sarebbe un'ecatombe: le famiglie che campano giorno per giorno, o che quei sussidi li usano per non finire sotto i ponti, brucerebbero ogni singolo euro accantonato in una settimana. Fine. Senza soldi per l'affitto, partirebbe un'ondata biblica di sfratti. Gente per strada, case popolari prese d'assalto, famiglie ammassate come sardine in case di parenti e amici. Tendopoli ovunque. Immagina le periferie trasformarsi in accampamenti di fortuna. 

Altro risultato di questa geniale soluzione? 

Risparmiare due spicci oggi per perderne dieci volte domani e far crollare tutto... A differenza dei ricchi, che se gli dai 500 euro li mettono a reddito in investimenti finanziari virtuali, quel denaro destinato ai ai poveri, loro lo spendono tutto e subito. Finiscono nell’economia reale, per mangiare, per pagare la luce, per comprare un paio di scarpe ai figli. Togli quella manciata di spiccioli, e cosa succedeAmmazzi la domanda aggregata con effetto boomerang. Il supermercato sotto casa, la lavanderia, il bar all'angolo vedono i clienti sparire da un giorno all'altro. Iniziano a tremare... Quel flusso di caffè, pane e beni di prima necessità è il sangue che tiene in vita i negozi di quartiere… E cosa fanno quando vendono meno? Riducono i costi. Licenziano. E così crei una spirale recessiva: più disoccupati meno soldi spesi, più licenziamenti.

Marco: “Non è vero! la gente deve essere incentivata in qualche modo! Togli il sussidio e si aprono posti di lavoro perché i disperati si accontenteranno di meno! Lo Stato risparmia miliardi, con quei soldi finanzia le imprese, magari riducendo le tasse, e il mercato si sblocca!”

Andrea: “ Come no! In un mondo ideale, quello da campagna elettorale. Aspetta che il bello, anzi il tragico, deve ancora arrivare. Perché il tuo concetto di "risparmio" è limitato dal momento che ignora i costi nascosti, quelli veri.

Rimuovere i sussidi distrugge il salario di riserva. Sai cos'è? È il minimo sindacale per cui uno si alza dal letto per andare a lavorare. Tu quanto accetteresti come retribuzione minima per un impiego full time? Con la pancia piena, magari ti accontenteresti di 1000 euro? Con la pancia vuota e uno sfratto alle calcagna, diventa zero. La gente, pur di campare, accetterebbe  qualsiasi schifezza: 400 euro in nero per 12 ore al giorno, in un magazzino malsano. Questo non crea posti di lavoro nuovi, Marco; sostituisce gente come te, che prende stipendio accettabile, con dei disperati. E fa crollare la paga di tutti, la tua inclusa. E’ come evirarsi per far dispetto alla moglie.”

Marco:Faccio un lavoro qualificato, sarà dura che mi seghino per assumere uno stagista. Comunque meglio poco che niente e almeno si vedrebbero meno barboni in giro.”

Andrea: “Marco, questo è l'errore più grave. Aprire la strada al far west salariale, non fa sparire la povertà; la rende più tossica, diffusa e più costosa da gestire. La disperazione non genera solo forza lavoro a basso costo. Crea anche, inevitabilmente, criminalità di sussistenza. Furti per mangiare, spaccio al dettaglio per pagare l'affitto, prostituzione. Non per scelta, ma per necessità immediata. A quel punto, lo Stato non avrebbe risolto nulla. Avrebbe solo spostato la spesa. Dalla voce "Welfare" a quella, infinitamente più costosa, di "Ordine Pubblico e Giustizia". Dovrebbe potenziare polizia, tribunali e carceri in modo massiccio. Ti rendi conto che il costo annuo per detenere una persona in carcere è di gran lunga superiore a qualsiasi sussidio erogabile? Sarebbe un fallimento contabile oltre che umano, un trasferimento di risorse dai servizi sociali al sistema penale, per ottenere solo più sofferenza e insicurezza. 

E la devastazione non si ferma. Continuiamo...

Quando una famiglia viene privata di ogni sostegno, la scelta forzata, spesso l'unica, è quella di ritirare i figli dagli studi per mandarli a lavorare. Questo crea, in modo sistematico, una generazione di giovani impreparati, preclusi dalle professioni qualificate. Il risultato non è solo un danno individuale, ma collettivo. Tra vent'anni, ci troveremo con una comunità depauperata, un Paese meno istruito, meno innovativo e strutturalmente incapace di competere in un contesto globale sempre più basato sulle competenze. Stiamo letteralmente cannibalizzando il nostro futuro per un presunto risparmio immediato.”

Marco: (Con un gesto stanco della mano, come a scacciare una mosca) “Belle parole. Roba da salotto. Allora facciamoci due risate del cazzo: secondo il tuo manuale dei buoni sentimenti come ci comportiamo? Continuiamo a fare gli allocchi e a pagare, come abbiamo sempre fatto?”

Andrea: (Scoppia a ridere, una risata secca, senza gioia) “Marco hai capito o no che stai annegando in un mare di menzogne e ti stai accapigliando con l’altro disgraziato che annaspa accanto a te per un pezzo di legno a cui aggrapparsi, mentre sulla riva c’è chi sta caricando cessi d’oro su yacht miliardari con la tua... la nostra legna. Il punto non è "continuare a pagare". Il punto è smettere la guerra tra poveri e guardare in faccia la realtà.

Lo ripeto. Il conflitto vero non è tra te e il tizio percettore di assegno di sussistenza. È tra una - una efficienza produttiva mai vista, che potrebbe garantire benessere a chiunque  – e una realtà opposta i cui salari, per la stragrande maggioranza, sono insufficienti a far fronte all’incessante crescita del costo della vita. La ricchezza non è sparita. È stata dirottata. È finita dritta dritta nei profitti aziendali da record, nelle rendite finanziarie che si auto-alimentano, nelle tasche di una ristretta schiera di Paperoni così ricca, che per loro le nostre sofferenze solo solo rumore di fondo.

E poi, Marco, voglio che ti fermi un attimo. Spegni la rabbia e accendi il cervello. Guarda un po' più in là della prossima busta paga.

Pensa a quello di cui parlavamo l'altra volta. La robotica, l'automazione spinta, l'intelligenza artificiale. Non è fantascienza. Sta succedendo adesso. E non viene per rubare il lavoro solo al "fannullone". Viene per prendersi il tuo.

Il magazziniere, l'impiegato d'ufficio, l'operaio alla catena di montaggio, il traduttore, l'autista, l’addetto del call center, il cassiere... Sta già fagocitandodo posti a ritmi forsennati.

Immagina il giorno quando, senza nessun riguardo, il lucido messaggio di un agente A.I. ti comunicherà che:

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Oggetto: Notifica di Ottimizzazione Risorse – ID Utente #4402

Gentile Unità Operativa,

La presente per informarLa che, nell'ambito del programma di Efficientamento Algoritmico 2025 volto a garantire la sostenibilità competitiva del Gruppo sui mercati globali, la Sua funzione è stata identificata come "ridondanza tecnica".

I nuovi parametri di calcolo impongono una transizione immediata verso asset a elevata scalabilità. Di conseguenza, la Sua posizione è stata convertita in una voce di bilancio passiva e, pertanto, depennata dal registro delle attività correnti. L'azienda La ringrazia per il contributo fornito fino al raggiungimento della Sua obsolescenza.

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Ti sei fatto il culo per anni, hai versato sangue e speranze in quell’impiego eppure ti hanno semplicemente eliminato. Solo allora capirai che è colpa del sistema? Urlerai pretendendo il diritto a un po' di compassione, a un sostegno? Ecco il colmo dell'ironia: tu oggi stai combattendo per distruggere proprio quella rete di sicurezza che, tra non molto, potrebbe essere l'unica cosa tra te e il baratro. Stai sputando sul concetto stesso di protezione sociale nel momento storico in cui ne avremo più bisogno che mai.

Immagina il mondo, ma proiettalo avanti solo di cinque anni. Sei stato sostituito da un dispositivo più efficiente e a costo zero. Niente più stipendio. E nel frattempo, grazie alla tua stessa crociata, non esiste più un sussidio, non esiste più un reddito di base, non esiste più alcun ammortizzatore. Hai ottenuto esattamente quello che volevi: la "fame come incentivo".

Solo che l'incentivo non funziona, perché ci sono sempre meno posti di lavoro e una feroce concorrenza tra milioni di disperati come te per accaparrarselo.

Che fai allora? Mangi la tua orgogliosa etica del lavoro? Diventi il "parassita" che tanto disprezzi? O forse capisci, troppo tardi, che la vera lotta non era tra chi ha un lavoro e chi no, ma tra l'umanità intera e un sistema produttivo che, per la prima volta nella storia, può fare a meno di gran parte di essa? Non è cinismo, Marco. È suicidio sociale per differita.

***

In conclusione, se c’è una scelta davanti a noi non è tra rabbia e rassegnazione, ma tra miopia e consapevolezza. Continuare a puntare il dito verso il basso ci divide e ci indebolisce; alzare lo sguardo verso le vere dinamiche del potere economico è l’unico modo per non farci trovare soli e disarmati quando il cambiamento busserà — o sfonderà — la porta.

➤ Tu che stai leggendo, cosa ne pensi davvero? 

➤ Dove vedi il vero conflitto e quale futuro immagini ? 

➤ Scrivilo nei commenti: il confronto, se onesto, è già un primo atto di resistenza.