CARO CARBURANTI = FAR WEST?
Cari dissidenti e collaborazionisti inconsapevoli, in questi
giorni i social sono inondati da post inviperiti contro il rincaro
dei carburanti e l'impennata delle materie energetiche. Il meccanismo
lo conosciamo a memoria: ogni volta che il tabellone del distributore
sale, la fiammata si propaga a cascata lungo tutta la filiera e
arriva a bruciarci il portafoglio.
Il risultato? La vita costa di più, il carrello della spesa si
svuota e la rabbia sale. A questo punto scatta la classica illusione
collettiva che si rincorre nelle bacheche e nei commenti:
"Ci vorrebbe uno sciopero generale dei tir! Spero che i camionisti fermino tutto, così finalmente qualcuno ai
piani alti capisce e si sveglia! Bisogna prendere a esempio la rivolta dei pescatori in Francia!"
È un pensiero umano, comprensibile, persino seducente: delegare a
una categoria il compito di fare da ariete per tutti noi. Come
direbbe qualcuno, "è più facile credere a una bugia che si
desidera, che a una verità che non si vuole ascoltare". E
la verità, qui, è che guardarsi allo specchio è sempre più
difficile che puntare il dito contro qualcun’ altro. Ammettere le
proprie debolezze, poi, è un esercizio che quasi nessuno ha più
voglia di fare.
Il quesito è semplice: siamo davvero pronti?
Ebbene, facciamo un esercizio di immaginazione: cosa succederebbe dopo che quei giganti di metallo avranno tirato il freno a
mano lungo le autostrade e bloccato porti e valichi?
Se guardiamo le cose con realismo, davanti
a noi si aprono almeno due ipotesi: una spietata e disillusa, l'altra
quasi utopica. Ma quale delle due si avvererà non è scritto nel
destino, né deciso a Bruxelles o nei consigli di amministrazione dei
giganti dell'energia. Dipende solo da noi. E questo, checché se ne
dica, è la notizia peggiore e migliore di tutte: perché significa
che nessuno verrà a salvarci, ma anche che nessuno può condannarci,
se non noi stessi.
Scenario A: Il Far West (ovvero come finiremo a scannarci tra poveri).
I camionisti
l'avevano annunciato, come molte altre volte. Proclami roboanti,
promesse di paralisi totale, minacce di far tremare il potere costituito. Eppure, ogni volta, quegli annunci erano rimasti lettera
morta, lasciando dietro di sé solo una scia di post sui social e
qualche intervista infuocata nei talk show della domenica sera. E si
sa: a forza di gridare al lupo, il lupo poi arriva davvero, ma
nessuno ci crede più. Così, quando il blocco è scattato veramente, la maggior parte di noi ha fatto spallucce. "Tanto è
la solita sceneggiata", "in due giorni si mettono
d'accordo", "mica possono andare avanti
all'infinito".
E invece.
I primi tre giorni
sono trascorsi in una sorta di limbo fiducioso, quella calma
apparente di chi crede che a breve tutto tornerà alla normalità e
che il cibo in casa, quella scorta che ci permette di non uscire ogni
giorno a far la spesa, basterà a coprire il fabbisogno. Come direbbe
qualcuno, "l'ottimismo è il profumo della vita",
peccato che qui l'aria cominciasse già a puzzare di stantio.
Il quarto giorno
le cose cambiano. Il blocco continua, le contrattazioni dei sindacati
di categoria non convincono nessuno, e la sensazione che quella volta
sia davvero diversa comincia a farsi strada. "La
civiltà è a tre pasti di distanza dal caos" e quei tre
pasti li diamo per scontati come l'aria che respiriamo, ma ora il
frigo è vuoto e il panico si insinua come una serpe tra le mura di
casa. E la paura, si sa, quando prende il sopravvento, spegne la ragione e accende l'istinto.
Parte la folle
corsa all'approvvigionamento, quella dei topi verso l'ultimo pezzo di
formaggio, la corsa di chi non pensa al domani ma solo a sopravvivere
all'oggi. In breve, la merce sugli scaffali si esaurisce. Le corsie
dei supermercati diventano campi di battaglia dove a vincere è
il più forte, il più veloce o il più spregiudicato.
L'occasione fa l'uomo ladro, dice il proverbio. E puntualmente, ogni volta che la storia gli offre il palcoscenico, lo spettacolo va in scena. Qualche scaltro venditore, di quelli che fino al giorno prima ti sorridevano dietro il bancone e ti chiamavano "caro cliente", riscopre d'un tratto la vocazione dell'usuraio e usa la leva della domanda per gonfiare a dismisura il prezzo di ciò che ancora resta in magazzino. Come se un pacco di pasta o una scatola di antidolorifici fossero diventati lingotti d'oro. Come se la disperazione di chi ha bisogno fosse una miniera da saccheggiare.
Ma il bello, si fa per dire , arriva dopo. Perché gli altri, a ruota, non stanno a guardare: seguono l'esempio, mica vogliono fare la figura dei fessi. E così, uno dopo l'altro, si accodano al carro del rincaro, si passano la parola, si strizzano l'occhio, e in quattro e quattr'otto il gioco è fatto: il cartello è servito. Non serve la guerra per far emergere il peggio di noi stessi.
Come scriveva Bertolt
Brecht, "prima di tutto viene il mangiare, poi viene la
morale". E qui la morale la mettiamo all’asta.
Ma le famiglie,
con le esigue retribuzioni disponibili, a stento arrivavano a fine
mese: figurarsi accantonare qualche euro per l'emergenza. La povertà
non è mai stata una colpa, ma in questi frangenti diventa una
condanna. I più disperati prendono d'assalto negozi e minimarket. Non è
fame di giustizia, è fame e basta. È la fame che ti fa vedere il
mondo con gli occhi del lupo, che ti fa dimenticare che dietro quel
bancone c'è un essere umano come te, che ti fa credere che prendere
sia l'unico modo per non essere preso.
Le grandi catene multinazionali,
però, avevano già previsto i disordini. Loro, che hanno i mezzi
per pensare al domani, avevano cercato di limitare gli aumenti, non per
bontà d'animo, sia chiaro, ma perché sanno che la fiducia del
cliente è un investimento a lungo termine, e dispongono di una loro
vigilanza privata. I loro supermercati diventano fortezze illuminate,
isole rifugio in un mare di scarsità.
Ma non per tutti. Perché nei sobborghi, nelle periferie dimenticate da Dio e dalla politica, quelle senza ipermercati, senza servizi, senza nulla, il fermo delle autocisterne ha sbarrato anche i rifornimenti delle pompe di benzina, che sono chiuse. E così, per molti, spostarsi verso le zone commerciali diventa un'impresa impossibile. Con i negozi ormai vuoti, la fame non bussa più alla porta: la sfonda. Inizia lo sciacallaggio alle abitazioni. Le forze armate intervengono, e i ladri ,o gli sventurati, a seconda dei punti di vista, vengono repressi e arrestati. Viene dichiarato lo stato di emergenza. Coprifuoco e zone controllate. Le strade si svuotano, le città si trasformano in caserme a cielo aperto.
E mentre i telegiornali parlano di "ripristino dell'ordine", noi ci ritroviamo esattamente dove i disillusi, avevano previsto: in una guerra tra poveri, dove a vincere sono solo i soliti noti.
"La pace è
la virtù dei forti", diceva qualcuno. Peccato che qui i
forti siano solo quelli che possono permettersi di aspettare. Noi,
gli altri, i normali, siamo solo comparse in un film che non abbiamo scelto di
girare.
E il peggio deve ancora venire.
Il vero capolavoro alla Hitchcock di questo meccanismo, alla fine,
è sociale e politico: lo spostamento del bersaglio.
Travolto dai rincari e dall'ansia di non poter sfamare la propria
famiglia, il cittadino spaventato perde completamente di vista i
responsabili a monte, i giganti dell'energia che staccano dividendi
record o l'inerzia delle istituzioni. La rabbia, accecata dalla
scarsità e dagli strozzini, si scarica sull’autotrasportatore che
ha bloccato i valichi, i porti e i magazzini. È il
classico divide et impera che funziona da secoli: non serve un
tiranno, basta che i sudditi si scannino tra loro per un pacco di
pasta.
La protesta, nata come un'azione di forza contro il potere, si infrange così in una volgare guerra tra ultimi. I camion
alla fine ripartiranno, spinti dalla pressione sociale e dalla fame,
ma la ferita resterà. E noi ci ritroveremo al punto di partenza, con
le piccole attività locali sulla via del fallimento, il mercato in
mano ai soliti giganti e i prezzi ancora più salati: perché
nell'economia della speculazione i listini salgono a razzo, ma
scendono lentamente, ammesso che calino.
Come diceva Flaiano, "la situazione è grave ma non
seria", solo che qui è seria eccome, e nessuno ride. Siamo
Homo homini lupus, e il lupo, si sa, non fa la fila alla cassa.
Scenario B: la risposta civica (l'unica utopia che potrebbe
funzionare).
Esiste però una seconda ipotesi. Non è la più probabile, non è
la più facile, e nemmeno la più spontanea. Ma esiste. Ed è quella
in cui smettiamo di comportarci come consumatori spaventati, topi in
gabbia che si azzuffano per l'ultima crosta di pane, e iniziamo a
essere comunità. Perché la differenza tra una folla e una comunità
non sta nel numero delle persone, ma nella visione, nella direzione in cui guardano:
la massa guarda ognuno per sé, la comunità guarda avanti, insieme.
Cosa succederebbe se, invece di farci cogliere impreparati e correre a svaligiare i supermercati in
una battaglia all'ultimo pacco di pasta, decidiamo di coordinarci e
sostenere concretamente chi protesta? Cosa succederebbe se, invece di
puntare il dito contro il camionista che ha bloccato il valico, ci
mettiamo a organizzare il modo per farlo resistere più a lungo,
senza che la sua protesta si trasformi in una bomba a orologeria per
tutti noi?
Significa che l'organizzazione parte dal basso. Non dai palazzi
romani, non dai vertici sindacali, non dalle dirette Facebook dei
leader di turno: dal basso, come l'acqua che scava la roccia non con
la forza ma con la costanza. I trasportatori concordano "corridoi
di prima necessità" per portare farmaci e beni essenziali
senza minacciare la sopravvivenza della gente. Non è un'utopia: è strategia, quello che accade già in tante crisi internazionali, dai corridoi
umanitari alle tregue negoziate per far passare aiuti alimentari. Se
si vuole, si può. Il punto è che nessuno lo vuole davvero, perché
la logica del "tutto o niente" è più attraente
di quella del "poco ma per tutti".
I cittadini si organizzano in reti di quartiere per distribuire il
cibo e aiuto a chi ne ha più bisogno. Non è comunismo da manuale, è
semplicemente quello che facevano i nostri nonni durante la guerra,
quando il pane si divideva a metà con il vicino e nessuno moriva di
fame perché nessuno veniva lasciato indietro. Esistono già esempi
concreti: le reti di mutuo soccorso nate durante il lockdown, i
gruppi di acquisto solidale, le banche del tempo, gli orti urbani
condivisi. Piccole isole di resistenza civile che il mercato non
vede, perché non producono profitto, ma che producono qualcosa di
infinitamente più prezioso: legami. E i legami, si sa, sono l'unica
cosa che non si può comprare al supermercato.
I piccoli negozianti contrattano i prezzi, mostrando trasparenza
assoluta e isolando gli speculatori. Non perché siano santi, ma
perché capiscono una cosa elementare: la fiducia del cliente vale
più di un guadagno momentaneo. Così facendo, stanno costruendo,
mattone dopo mattone, quella reputazione che nessuna campagna
pubblicitaria può comprare. E quando la crisi passa, perché passa
sempre, saranno gli unici ad avere ancora clienti.
Ci si prepara creando piccole scorte condivise, si organizza l'agricoltura di prossimità e le attività artigianali di sussistenza. Non è
survivalismo da bunker, è resistenza collettiva. È il contrario
esatto del "si salvi chi può": è il "ci
salviamo insieme, o non si salva nessuno".
Come diceva don Milani, "La scuola mi serve per cercare di trasformare i sudditi in popolo sovrano, gli operai ed i contadini sfruttati in persone consapevoli e capaci di rivendicare i propri diritti.", e allo stesso modo non si può fare la
comunità solo quando fa comodo. La comunità o è tale sempre, o non
è comunità: è solo un gruppo di sconosciuti che si sopportano
finché non arriva la prima difficoltà.
In questo scenario, la protesta non è un ricatto contro la
popolazione, ma un'alleanza di filiera. Il consumatore, il negoziante
e il trasportatore si mettono dalla stessa parte della barricata e
puntano il dito insieme verso i veri responsabili. Insieme,
pretendono tagli alle accise, ricerca di altri mercati, risposte
strutturali e un ritorno a decisioni nazionali sovrane. Non è un
caso che questa alleanza spaventi più di mille scioperi selvaggi:
perché uniti si è molto più pericolosi di quanto si sia divisi.
È il sogno di ogni comunità che si rispetti: "l'unione
fa la forza". Ma qui la forza non serve per spaccare
vetrine, né per bruciare cassonetti, né per gridare slogan che
nessuno ascolta. Serve per tenere insieme ciò che il mercato vuole
frantumare: le relazioni, la famiglia, la dignità di chi non vuole essere
solo un consumatore ma un cittadino. Serve per costruire, non per
distruggere, questa è la vera rivoluzione: non quella che abbatte
i palazzi del potere, ma quella che ricrea il tessuto della
convivenza, filo dopo filo, quartiere dopo quartiere.
Due strade, due possibilità. Quale sceglieremo?
Volete sapere come la penso?
Diciamocelo con franchezza: lo Scenario
B richiede una maturità politica e un senso civico che oggi
sembrano merce rara. Richiede di smettere di sperare che sia qualcun
altro (in questo esempio l'autotrasportatore) a sacrificare la propria
azienda per salvare tutti noi. Come diceva Sartre, "l'inferno
sono gli altri", ma spesso gli altri siamo noi, con la
nostra comoda abitudine di delegare.
Se vogliamo che un'azione non violenta, che sia il blocco dei trasporti o qualsiasi altra mossa altrettanto drastica di boicottaggio, porti a qualcosa di buono, bisogna essere pronti a gestirne le conseguenze. Altrimenti finiremo dritti nello Scenario A, quello della guerra tra poveri. E a quel punto, caro carburanti, caro vita, caro tutto: non resterà che guardare le macerie e chiedersi, se ne è valsa davvero la pena...
***
Questi sono solo i miei pensieri: fallaci, parziali, come del
resto lo sono tutti i pensieri di chi prova a ragionare senza la
presunzione di avere ragione. Se avete qualcosa da commentare,
correggere o aggiungere, ogni contributo è benvenuto. Perché è nel
confronto, anche in quello scomodo, che si costruisce qualcosa di più
grande di una singola opinione.
Fabricius Limes