EPSTEIN FILES, GUERRE E IL SILENZIO DELLE COSCIENZE.
C’è una linea rosso sangue che attraversa la storia umana dalla sua comparsa fino a oggi. Un appetito antico che con il passare dei millenni non si è placato. Abbiamo solo affinato le armi, migliorato la retorica, reso la predazione più efficiente e più pulita agli occhi di chi guarda.
E io ho creduto, ingenuamente, che millenni di filosofia, di preghiere, di progresso culturale avessero finalmente inciso qualcosa nel nostro codice comportamentale. Che ci avessero, almeno in parte, strappato alla logica del branco e della caccia.
E invece eccoci qui: Bestie. Istintivamente fermi esattamente a circa duecentomila anni fa.
Guerre, sfruttamento, perversione: la storia dell’umanità sembra un catalogo interminabile di queste stesse ossessioni. Ma ciò che rende il presente ancora più inquietante è la loro nudità. La fame di potere non si nasconde più nemmeno dietro grandi ideali o narrazioni salvifiche: oggi è spietata e, soprattutto, sfacciata. Il male si espone, si celebra, si normalizza.
Intellettuali, filosofi, teologi, storici, persino coloro che hanno fatto dell’evoluzione interiore una professione di fede sono, salvo qualche rara mosca bianca, i grandi assenti. Assenti dal dibattito, assenti dal confronto delle idee, assenti dall’intraprendere azioni rivoluzionarie proprio nel momento in cui sarebbe più necessario.
Una assenza che fa riflettere. E che stiamo pagando tutti, letteralmente.
Quello che segue è un testo crudo, una provocazione severa che nasce da una stanchezza profonda.
Epstein Files, guerre e il silenzio delle coscienze.
Tre parole che, insieme, raccontano un’unica realtà: il potere che si nutre di corruzione e omertà.
Da una parte gli Epstein Files, dall’altra le guerre, cicliche, onnipresenti, alimentate da interessi economici e geopolitici che divorano vite umane come se fossero una risorsa rinnovabile.
In mezzo c’è il vero protagonista di questa storia: il silenzio.
Il silenzio di una società, di genti che sono le prime vittime di questa carneficina, che si indignano per qualche giorno, gridano allo scandalo, e poi tornano a scorrere lo schermo.
Gli Epstein Files non hanno soltanto aperto un archivio: hanno stracciato la maschera del perbenismo mostrando i tratti di una tale depravazione davanti alla quale persino il marchese De Sade si sentirebbe un dilettante. Come specie evoluta, non ci siamo limitati a uccidere per sopravvivere. Abbiamo fatto di peggio: abbiamo concepito il divino per sacralizzare e motivare ogni brutalità.
Dalle pietre di Göbekli Tepe alle fondamenta dei templi egizi, il sacrificio umano è stato la nostra moneta di scambio con l’invisibile: sangue offerto per corrompere gli dèi, per comprare potere, per addomesticare la paura. Oggi il codice è cambiato, i riti sono più discreti, i templi si chiamano istituzioni e salotti del potere. Ma la logica resta la stessa: l’infanzia diventa merce, corpo sacrificabile, strumento per appetiti che sfuggono perfino alla nostra capacità di nominarli.
Il rituale cambia forma. La vittima no.
Non c’è stata alcuna evoluzione morale, nessuna redenzione della specie. Solo un perfezionamento degli strumenti di morte, una modernizzazione della ferocia.
Di fronte a questo banchetto di carne umana, quale è stata la reazione collettiva?
Un rifiuto netto, un ammutinamento globale, morale e materiale capace di arrestare questa macchina infernale? No. Solo un effimero orgasmo d’indignazione da tastiera: qualche parola rabbiosa, il ticchettio nervoso dei commenti sui social, abbastanza per auto-assolversi prima del prossimo click.
Ancora più desolante è il cinismo di chi scrolla le spalle. Quel silenzio pesante, vischioso, gravido di complicità, che lentamente trasforma l’orrore in routine. È così che i mostri smettono di sembrare tali: come nella finzione di una serie televisiva, diventano semplicemente parte della sceneggiatura.
La massa, in fondo, preferisce convivere con gli orchi che governano questo sistema piuttosto che mettere davvero in discussione la propria comoda servitù.
Meglio adattarsi, abbassare lo sguardo, continuare a vivere dentro il recinto. Perché sfidare il meccanismo avrebbe un costo: perdere privilegi, sicurezza, abitudini.
E così il martirio dei più deboli diventa un prezzo accettabile. Tutto purché l’“ordine costituito” resti intatto, e le coscienze possano continuare a dormire.
Mi viene il vomito.
E lo dico con tutto il cuore. Scrivo queste righe con un solo desiderio: essere smentito.
Basta con la farsa consolatoria del “restiamo umani”. È una coperta tirata sugli occhi per non vedere ciò che siamo davvero. Apriamo, una buona volta, il dizionario della realtà. Smettiamola di confondere l’antropologia con le fiabe della buonanotte. Quando diciamo che la società si sta “disumanizzando”, stiamo mentendo. A noi stessi, prima di tutto. Ci raccontiamo che l’essere umano, per natura, sarebbe quella creatura angelica, cooperativa e gentile che sorride nelle pubblicità progresso, nei manifesti ascetici, nei sermoni domenicali.
Ma la storia, quella autentica, non la versione sterilizzata per i libri scolastici, è scritta con il sangue, con le ossa, con i corpi sacrificati sull’altare del potere.
E ogni volta che la guardiamo davvero in faccia, ci restituisce la stessa verità brutale: il mostro che continuiamo a cercare fuori è sempre stato dentro di noi.
La prova è antica quanto la nostra specie. Uno dei più remoti esempi di conflitto armato su larga scala, proviene dal sito di Jebel Sahaba, nella valle del Nilo, nell’attuale Sudan: circa tredicimila anni fa, alla fine del Paleolitico superiore.
E no! A Jebel Sahaba non ci stavamo scambiando fiori e carezze.
Ci stavamo conficcando punte di freccia nelle vertebre. Nei crani. Nei toraci.
Quasi metà degli scheletri ritrovati porta i segni della violenza: corpi trafitti, fratture, lame di pietra ancora incastrate nelle ossa. Uomini, donne, perfino bambini. Non un incidente isolato, ma la traccia di scontri ripetuti, di una ferocia già organizzata.
Questa è l’origine da cui veniamo. Non un Eden infranto, ma un campo di battaglia.
Non c’era la “società moderna” a corromperci. Non c’era il capitalismo, non c’erano i social media, non c’erano algoritmi né chatbot comportamentali a manipolarci.
C’eravamo solo noi. I Sapiens.
E questo dovrebbe inquietarci più di qualsiasi teoria sul declino della civiltà. Perché significa che la violenza non è un incidente della storia: è una sua componente strutturale.
L’essere umano non è “buono per natura”. È capace di fare del bene, sì, ma è anche strutturato per la sopraffazione, per il conflitto, per la distruzione dell’altro quando questo serve alla sopravvivenza, alla difesa o al dominio. Abbiamo perfezionato l’arte di ucciderci molto prima di inventare la scrittura, la ruota o l’agricoltura.
E non serve nemmeno un conflitto geopolitico per smascherare questa natura. Basta una situazione quotidiana. Basta uno sguardo giudicante al semaforo, un parcheggio soffiato da sotto il naso, un commento provocatorio sulla dieta o sulle scelte genitoriali, per scatenare il guerriero che è dentro di noi.
Basta un gesto involontario, una battuta irriverente sulla fede calcistica, quel tribalismo moderno che sostituisce l'appartenenza al clan per vedere la metamorfosi: l’individuo istruito, quello che parla di valori, di tolleranza, di civiltà, si dissolve all’improvviso. Al suo posto emerge qualcosa di molto più ancestrale, un violento desiderio di vendetta che non ha nulla di razionale.
La risposta non è il dialogo. È l’adrenalina.
Non è la parola. È il ruggito.
Quando poi vengono toccati i beni o gli affetti, il velo cade del tutto:
“Non toccare la mia famiglia o ti distruggo!”
In questa frase, pronunciata spesso con un orgoglio quasi eroico, risiede la negazione stessa dell’etica moderna. È il ritorno immediato alla legge del taglione. Non appena il nostro piccolo territorio affettivo viene sfiorato, la civiltà arretra e lascia spazio alla logica più antica: colpire prima, colpire più forte. E lo facciamo con la convinzione di essere nel giusto.
È qui che l’illusione si spezza: la condiscendenza che esibiamo come segno di progresso è spesso solo una fragile gentilezza, un armistizio temporaneo pronto a essere stracciato al primo segnale di minaccia. Oltre i sorrisi e il galateo, resta sempre la stessa possibilità: tornare alla forza. Subito. Senza esitazione.
Volete davvero “cambiare?” Allora accettate il mostro nello specchio.
La domanda è semplice: chi vogliamo essere davvero?
Perché la verità è questa: odio e violenza scattano in noi come riflessi pavloviani, immediati, quasi automatici. La pace, l’amore e l’armonia, invece, non sono mai stati il nostro stato naturale. Sono costruzioni fragili, faticose, invenzioni morali recenti che esistono solo se qualcuno decide di adottarle e difenderle con disciplina, sacrificio e una volontà quasi sovrumana.
E, per quanto incredibile sia ammetterlo, possiamo ancora scegliere tra il bene e il male.
Tutto il resto è un amplesso tra affari e politica.
Se pensate che abbia esagerato, prendo atto del vostro giudizio. Ma allora guardate meglio il mondo che abbiamo costruito.
Quando vedo giovani menti brillanti, talenti che potrebbero essere impiegati nel “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale …” , nel dare sostanza a ciò che persino la nostra Costituzione proclama , scegliere invece di progettare e produrre macchine di morte per l’industria bellica, qualcosa dentro di me si ribella.
Quando vedo persone entrare in politica non per servire la collettività, ma per scalare gerarchie, consolidare privilegi e migliorare la propria posizione sociale mentre attorno cresce una moltitudine di vite schiacciate dalle povertà, il silenzio diventa favoreggiamento.
E allora no, non riesco a tacere.
Posso solo fare ciò che è nelle mie possibilità: denunciare, smascherare, provare a sabotare questo sistema con le poche, spuntate armi che possiedo: la parola; il rifiuto; il boicottaggio.
Se Platone potesse leggere questo post, probabilmente direbbe:
“Amico mio, non sei smentito dai millenni, perché la natura dei molti è immutabile. L'uomo è una creazione divina che ha scelto di vivere come predatore animale. Quella che tu chiami 'politica', io la chiamavo 'nobile menzogna', ma con una differenza: la mia serviva a tenere in piedi la città, la vostra serve solo a nascondere il vostro marcire.”
Attendo i vostri commenti.






