31 dicembre 2025

2026: L’anno della normalizzazione.

 

2026: L’anno della normalizzazione.

Il tecno-predatore.

Il viaggio prosegue ancora lungo un solco antico, inciso dai faraoni, dai re-sacerdoti di Sumer, dai signori che si dissero eterni. Cambiano i nomi, mutano le maschere, ma il potere resta.
Oggi è travestito da tecno-predatore.
Ricordatelo: questo potere non discende dagli dèi.
Non è legge immutabile del cielo né destino della terra.
Esiste solo finché lo sostenete.

***

Cari divergenti e complici involontari,

mentre attraversiamo un inverno di transizione epocale, il familiare crepitio del camino nelle nostre case, un tempo sinonimo di rifugio, è oggi sovrastato da un coro digitale che si fa sempre più insistente: un incitamento collettivo a ciò che viene spacciato non più come una immane sciagura, ma come un “prospero futuro di guerra”.

Il salto concettuale è avvenuto. Ciò che ieri rappresentava l'estremo rimedio di un sistema al collasso, il segnale di un fallimento totale, viene oggi riscritto e imbellettato con parole che grondano di cinico pragmatismo: “saggio”, “necessario”, “giusto”.

È il trionfo finale della retorica sul fatto, dell’opportunità sulla catastrofe.

La finestra di Overton, quella che definisce cosa sia pensabile e accettabile in società, non è stata semplicemente spalancata. È stata fatta esplodere, sistematicamente demolita dall’artiglieria pesante della propaganda e dalla normalizzazione mediatica dell'impensabile. Ciò che nel recente passato sarebbe stato bollato come “eresia apocalittica”, relegata a spazi marginali, è oggi il tema del dibattito serale in prima serata, confezionato tra un servizio sul meteo e le notizie sportive. Il mostro non è più sotto il letto; siede in poltrona nello studio televisivo e ci spiega perché la sua esistenza è inevitabile.

Preparatevi, dunque. Preparatevi per un 2026 in cui l'unica emozione che troverà risonanza universale e consenso forzato sarà la paura. Una paura metodicamente orchestrata, allineata e usata come collante sociale dagli alfieri di un Nuovo Ordine Mondiale.

In questo scenario, gli ottimisti di professione, i moderni “cantori di sirene” armati di lauree in finanza e grafici rassicuranti, annunciano trionfanti una “ripresa sincronizzata” dell’economia globale. Parlano di una “rara armonia” tra i motori di crescita, di indicatori che tornano verdi, di una nuova stagione di abbondanza all'orizzonte del 2026.

Ma la loro è una sinfonia che mente per omissione. Il dato cruciale, quello che evitano con cura di spiegarci, è cosa stia crescendo in perfetta e sinistra coincidenza. Qual è la vera natura di questa ripresa?

Mentre i grandi istituti di previsione dipingono quadri rassicuranti: un PIL USA a +2.1%; un’Europa crescente a +1.6%, trainati da “politiche fiscali espansive” e dal miraggio salvifico dell’Intelligenza Artificiale, è essenziale guardare oltre la vernice dei numeri e scorgere il marcio della struttura.

Nella sua essenza più realistica, si tratta di un riassetto globale su un unico motore: l’economia di guerra.

I numeri che contano non sono le percentuali di crescita, ma le cifre assolute che vengono sottratte al corpo sociale e ingerite dal buco nero finanziario degli eserciti. Centinaia di miliardi di dollari, euro, franchi svizzeri, la valuta è irrilevante, poiché tutte confluiscono nello stesso culto, vengono deviati dallo sviluppo umano, dalla sanità e dal welfare, per essere sacrificati sull’altare di una nuova e permanente austerità bellica.

Questa è una logica teologica del capitale in stato di crisi terminale.

Di fronte all’impossibilità di generare profitto reale e benessere diffuso, il sistema si è ristrutturato attorno alla sua unica macchina di crescita ancora perfettamente funzionante:

la produzione della paura e del suo unico antidoto vendibile, l’apparato bellico.

La logica è cinica e perfetta:

1. Crea una domanda infinita e garantita dallo Stato, con contratti a margini astronomici e nessun rischio di mercato.

2. Attiva una “distruzione creativa” su scala geopolitica, devastando economie per poi ricostruirle a debito, in un ciclo senza fine.

3. Sospende ogni regola sociale ed economica in nome dell'emergenza, giustificando l'austerità per i molti e i profitti per i pochi.

La “ripresa” è quindi un’illusione ottica: ciò che vediamo crescere non è la prosperità delle nazioni, ma il loro potenziale di annientamento, finanziato attraverso il sistematico smantellamento di ogni altra forma di protezione e investimento sociale. È la perfetta aritmetica della barbarie: si sottrae alla vita per finanziare gli strumenti della sua eventuale e redditizia distruzione.

Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci”

(Matteo 7,15)

Il grande esperimento psico-politico del nostro tempo ha raggiunto il suo apice. L'eccezione è diventata la regola. L'idea di una “terza guerra mondiale a pezzi”, fino a ieri un incubo relegato ai pamphlet dei paranoici e ai forum online dei complottisti, si è accomodata nei nostri salotti. È il tema del dibattito politico del dopocena, analizzata con la stessa disinvoltura con cui si commentano le quotazioni in borsa. Questo non è un semplice “cambio di opinione”. È il segno che la nostra finestra percettiva su cosa sia reale è stata graffiata, offuscata e infine spalancata sull'abisso.

Questo slittamento non è un fenomeno astratto. Ha una geografia precisa, che segue un inquietante gradiente di intensità.

In Europa: La Germania, custode di una memoria che avrebbe dovuto immunizzarla per sempre dalla tentazione delle soluzioni estreme, sta resuscitando il proprio potenziale bellico. Oltre mille miliardi di euro sono destinati al progetto di “Zeitenwende”, la svolta epocale che non è solo un riarmo tecnico, ma una riscrittura del suo DNA politico. Nel frattempo, nelle periferie come Marzahn, un altro spettro, quello del neonazismo, sfila in pieno giorno sotto lo slogan “Stop al terrorismo della sinistra”. I due fenomeni sono facce della stessa medaglia: la pressione esercitata dai margini estremi spinge il centro ad adottarne il vocabolario e le paure, deformando irrimediabilmente i confini dell'accettabile.

In Italia: Qui, il linguaggio del conflitto è già stato tradotto in dottrina ufficiale. Il ministro della Difesa Crosetto parla di una “guerra ibrida” già in corso. È un conflitto che evita i campi di battaglia tradizionali per insinuarsi nelle nostre reti elettriche, nei server bancari, nei flussi informativi. Quando anche il capo di Stato maggiore Portolano enumera i miliardi in armamenti inviati all'Ucraina, sta delineando i contorni di una nuova realtà: l'Italia non è più solo un alleato, ma un attore in uno stato di conflitto permanente e a bassa intensità. La guerra, infatti, non è più un evento; è una condizione.

Tuttavia, per comprendere il modello di questa transizione globale, bisogna guardare oltre l'Atlantico.

Negli USA: Gli Stati Uniti lo stanno architettando e sperimentando. Sono il laboratorio avanzato in cui si testa, con fredda precisione, quanto lontano si possa spingere il confine del dibattito pubblico prima che la struttura sociale ceda. Mentre l'Europa si agita nel tentativo di contenere il dissenso politico, l'America ha già sciolto il dissenso nel brodo della cultura di massa, rendendolo inoffensivo perché onnipresente. Ha trasformato l'estremo in mainstream, l'inaccettabile in dibattibile, il radicale in quotidiano. Questo non è un incidente della storia, ma il risultato di un processo chirurgico di inquinamento semantico. Osservate l'evoluzione del discorso anti-immigrazione: è partito da un antalgico “controllo dei confini”, è diventato una drammatica “invasione”, per poi cristallizzarsi nell'allucinazione psicotica della “sostituzione etnica”. Ogni passaggio era studiato per abituare l'orecchio collettivo a un suono più duro, più estremo, fino a che la parola finale, un tempo confinata nei libri di storia sulle peggiori dittature, è diventata titolo di un dibattito televisivo.

Il risultato di questa chirurgica normalizzazione dell'estremo, è la manifestazione clinica di una malattia sistemica terminale, i cui sintomi sono ora misurabili e inconfondibili.

Questi dati sono i parametri vitali di una democrazia in arresto cardiaco.

  • Quando il 62% dei cittadini di una nazione arriva a vedere nei propri concittadini, semplicemente per il loro orientamento politico, non degli avversari ma “una minaccia per la nazione”, non siamo più nel campo della contrapposizione. Siamo nel territorio della demonizzazione totale. L'altro non è più portatore di un'idea sbagliata; è l'incarnazione di un male da eradicare.

  • Se l'altro è una minaccia esistenziale, ogni mezzo per neutralizzarlo diventa concepibile. È per questo che quasi un americano su tre (circa il 30%) oggi giustifica la violenza politica come strumento “di protezione”. Il paradosso è abissale: il totalitarismo, viene ora rivendicato come strumento di ordine supremo.

  • In questo clima, la fiducia nel governo federale crolla al 20%. Disconnessione totale. Questa è la premessa per la legittimazione di qualsiasi forza che prometta, con brutalità nichilista, di “far saltare in aria il sistema”. È il terreno fertile per l'uomo forte, che non parla di giustizia, ma di “pulizia” e di “ordine” imposto con il pugno di ferro.

  • Questo contesto non è un'eccezione americana. È la tavola anatomica di un modello che si globalizza. Il 59% della popolazione mondiale si aspetta proteste e disordini sociali di larga scala nel 2026. La gente, nelle sue viscere, sente l'inganno architettato a tavolino, forse non riesce più a definirlo, ma lo percepisce con la certezza animale di chi vede il proprio habitat avvelenarsi. È l'istinto di sopravvivenza di un corpo sociale che, sentendosi minacciato, inizia a fremere nella disperata ricerca di una via d'uscita che il discorso pubblico ufficiale si rifiuta persino di nominare.

 ➤  La guerra, fisica o psicologica, è il miglior affare per chi è già in cima alla piramide.

La top 10 dei miliardari americani, da Musk a Zuckerberg, ha visto i propri patrimoni gonfiarsi di 698 miliardi di dollari in un solo anno, una cifra che eclissa l'intera produzione economica annua di una nazione come la Svizzera. Questo non è il frutto del genio imprenditoriale; è la logica prevista e programmata di un sistema che ha perfezionato l'arte di convertire il caos in capitale.

È l'esito di politiche fiscali bipartisan che funzionano come un sistema di drenaggio perfetto: tagliano le tasse ai redditi stratosferici, mentre si stima che 10,9 milioni di persone vengano deliberatamente private della copertura sanitaria.

La struttura portante di questo meccanismo è chiara: l'1% più ricco detiene quasi la metà di tutti i titoli azionari USA. Questa non è solo ricchezza; è sovranità finanziaria. Significa che i loro affari sono intrecciati alla performance di un mercato che fiorisce sull'incertezza, sulla privatizzazione dello Stato e, in definitiva, sulla militarizzazione della società. Sono loro i veri, unici azionisti di maggioranza della “difesa” che ci viene venduta. Ogni aumento della tensione internazionale, ogni contratto per nuovi sistemi d'arma, ogni allarme lanciato su cyber-attacchi si traduce direttamente in un aumento del valore del loro portafoglio.

Di fronte a questo scenario, sorge un problema di controllo sociale di massa. Con il 67% della popolazione globale (e italiana) che teme l'IA come distruttrice di posti di lavoro, e con un'inquietudine sociale che esplode in proteste, cosa fare dell'energia potenzialmente rivoluzionaria di milioni di giovani disillusi, disoccupati e senza futuro?

L'arruolamento “volontario” è il “nuovo simbolo di libertà e di appartenenza”.

La risposta del potere è un capolavoro di ingegneria sociale: reindirizzare la rabbia. Non placarla, non affrontarne le cause, sarebbe antieconomico, ma canalizzarla. Trasformare l'odio verticale, quello che dovrebbe rivolgersi verso l'alto contro le élite economico-finanziarie, in un odio orizzontale, contro un nemico esterno, un immigrato, una minoranza, una superpotenza rivale. È l'antica strategia del “panem et circenses” aggiornata all'era algoritmica: il pane sono le briciole di un welfare smantellato, e il circo è la guerra, presentata come l'unica carriera rimasta, l'ultimo mito collettivo disponibile, il nuovo simbolo di appartenenza in un mondo che ti ha espulso. Si trasforma così una generazione di potenziali rivoltosi in un esercito di potenziali soldati, scambiando la minaccia della rivolta sociale con la docile utilità del sacrificio patriottico.

💢 Prepariamoci a Resistere (Senza Divisa) 💢

Il 2026 sarà l'anno della normalizzazione definitiva della catastrofe. L'anno in cui parleremo di guerra come si parla del meteo, in cui accetteremo l'impoverimento come una legge fisica, in cui vedremo i nostri giovani come potenziale carne da cannone per preservare lo status quo.

L’invito è dunque a una vigilanza ostinata. Mentre la finestra di Overton viene trascinata sempre più in profondità, fino a rendere accettabile ciò che un tempo era impensabile, il compito di chi non si allinea è bloccarla, sabotarne il linguaggio, rifiutare la grammatica della necessità tecnica e dell’inevitabile. La tecnocrazia prospera presentandosi come destino, trasformando decisioni politiche in automatismi e riducendo il dissenso a irrazionalità.

Il cuore di una comunità autentica non batte al ritmo di un algoritmo, per quanto efficiente esso possa essere. Il suo vero motore è, e deve restare, l’intreccio umano di amore reciproco e solidarietà. Solo questa forza coesiva permette di resistere ai poteri strutturali che, per governare, applicano una logica perversa: quella di frammentare ciò che è unito, misurare ciò che è incommensurabile, e ottimizzare le vite umane come se fossero mere risorse da allocare.

Oggi, il volto di questo potere si è fatto più nitido e inquietante attraverso una mutazione tecnologica senza precedenti. Non stiamo più vivendo l'epoca in cui la macchina affianca l’uomo, potenziandone le capacità. Stiamo entrando in una fase nuova e più radicale: quella in cui l'essere umano viene sistematicamente reso eccedente, dichiarato sostituibile e quindi trattato come superfluo dal punto di vista produttivo. In questo scenario, il paradigma moderno del lavoro come strumento di emancipazione e identità sociale, già profondamente incrinato, viene definitivamente smantellato. L'automazione e l'intelligenza artificiale promettono un'era di abbondanza materiale, ma il loro esito concreto è un doppio movimento: da un lato, l’erosione del fondamento stesso della cittadinanza economica per milioni di persone; dall’altro, una concentrazione inedita di controllo, ricchezza e potere decisionale nelle mani di un'élite tecnologica e finanziaria sempre più ristretta. La promessa di liberazione si capovolge, così, nella minaccia di una nuova e più subdola forma di asservimento.

Di fronte a questa astrazione totale dell'umano, ridotto a dato, risorsa, o costo da ottimizzare, l'atto primario e più radicale di resistenza diventa, paradossalmente, il più semplice: restare pienamente, ostinatamente umani.

Questa umanità si difende innanzitutto attraverso un radicamento. Preservare il legame con la terra, riconoscere i suoi ritmi, rispettare i suoi limiti e accoglierne i frutti, costituisce un atto di opposizione frontale a un ordine globale che, al contrario, punta a sradicarci definitivamente. L'obiettivo di questo sistema è trasformarci in utenti puri: identità senza luogo, consumatori senza radici, corpi la cui salute, emozioni e bisogni vengono gestiti da algoritmi e integrati in flussi di dati e capitali.

In tale contesto, azioni concrete come coltivare un orto, nutrire relazioni basate sulla fiducia e non sulla convenienza, o semplicemente abitare il “tempo lento” del vivente (quello delle stagioni, della crescita, della cura), cessano di essere mere scelte personali. Diventano atti di insubordinazione consapevole contro il dogma onnipresente dell'efficienza, della produttività e della velocità.

Pertanto, scegliere la presenza fisica rispetto alla connessione virtuale, coltivare gli affetti profondi e l'amicizia disinteressata, praticare la cura reciproca e il rispetto per il suolo che ci nutre, non è affatto un gesto nostalgico o una fuga dal mondo reale. È, al contrario, un sabotaggio attivo dell'ordine tecnocratico. È una pratica di ribellione quotidiana, silenziosa ma costante, che scava un varco nella logica dominante.

Questa potrebbe essere l'ultima linea di difesa rimasta contro l'annichilimento dell'esperienza umana autentica. E, forse proprio per la sua concretezza elementare, è anche la più decisiva.

Il viaggio prosegue ancora lungo un solco antico, inciso dai faraoni, dai re-sacerdoti di Sumer, dai signori che si dissero eterni. Cambiano i nomi, mutano le maschere, ma il potere resta.

Oggi è travestito da tecno-predatore

Ricordatelo: questo potere non discende dagli dèi.

Non è legge immutabile del cielo né destino della terra.

Esiste solo finché lo sostenete.

Vive del vostro assenso, si nutre dell’abitudine, cresce nell’obbedienza travestita da buon senso. Ogni passo compiuto senza domande diventa suo territorio.

Affamatelo.

Ritirate il consenso.

Restate indomabili là dove vi vogliono docili, perché è lì, e solo lì, che gli imperi crollano.

***

Un giorno, un nonno e suo nipote si fermano a guardare il tramontare del sole…

In quel mentre, il bimbo chiede al nonno, un saggio capo Cherokee: “Nonno, perché gli uomini combattono?”

Il vecchio, con voce calma, gli risponde: “Ogni uomo, prima o poi è chiamato a farlo. Per ogni uomo c’è sempre una battaglia che aspetta di essere combattuta,da vincere o da perdere. Perché lo scontro più feroce è quello che avviene fra i due lupi.”

Quali lupi nonno?”

Quelli che ogni uomo porta dentro di sé.”

Il bambino non riusciva a capire.

Attese che il nonno rompesse l’attimo di silenzio che aveva lasciato cadere tra loro, forse per accendere la sua curiosità.

Infine il vecchio che aveva dentro di sé la saggezza del tempo riprese con il suo tono calmo. “Ci sono due lupi in ognuno di noi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento,falso orgoglio, menzogna ed egoismo.”

Il vecchio fece di nuovo una pausa, questa volta per dargli modo di capire quello che aveva appena detto.

E l’altro?”

L’altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede.”

Il bambino rimase a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva appena raccontato.

Poi diede voce alla sua curiosità ed al suo pensiero.

E quale lupo vince?”

Il vecchio Cherokee si girò a guardarlo e rispose con occhi puliti: “Quello che nutri di più.”

(Leggenda Cherokee)

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Le analisi e le riflessioni proposte si basano interamente su un mio sviluppo creativo. 


Alcuni concetti concetti chiave si ispirano ad esempio, alla "Distruzione Creativa" di Schumpeter  e "riflessioni sulla guerra come elemento strutturale del capitalismo". 
https://francosenia.blogspot.com/2024/10/guerra-denaro-la-disperazione-del.html

Dati e Previsioni Attuali: Il sondaggio Ipsos per il 2026 offre dati globali sull'ottimismo pubblico, sulle paure (es. AI) e sull'aspettativa di disordini sociali. 
https://www.ipsos.com/en/ipsos-predictions-survey-2026

L'analisi di Maplecroft conferma invece un aumento del rischio di proteste e disordini civili in molte economie avanzate per il 2026.
https://www.maplecroft.com/solutions/consulting/political-risk/insights/escalating-unrest-polarisation-economic-woes-set-stage-for-disruptive-2026/

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