22 settembre 2026

CARO CARBURANTI

CARO CARBURANTI = FAR WEST?

Cari dissidenti e collaborazionisti inconsapevoli, in questi giorni i social sono inondati da post inviperiti contro il rincaro dei carburanti e l'impennata delle materie energetiche. Il meccanismo lo conosciamo a memoria: ogni volta che il tabellone del distributore sale, la fiammata si propaga a cascata lungo tutta la filiera e arriva a bruciarci il portafoglio.

Il risultato? La vita costa di più, il carrello della spesa si svuota e la rabbia sale. A questo punto scatta la classica illusione collettiva che si rincorre nelle bacheche e nei commenti:

"Ci vorrebbe uno sciopero generale dei tir! Spero che i camionisti fermino tutto, così finalmente qualcuno ai piani alti capisce e si sveglia! Bisogna prendere a esempio la rivolta dei pescatori in Francia!"

È un pensiero umano, comprensibile, persino seducente: delegare a una categoria il compito di fare da ariete per tutti noi. Come direbbe qualcuno, "è più facile credere a una bugia che si desidera, che a una verità che non si vuole ascoltare". E la verità, qui, è che guardarsi allo specchio è sempre più difficile che puntare il dito contro qualcun’ altro. Ammettere le proprie debolezze, poi, è un esercizio che quasi nessuno ha più voglia di fare. 

Il quesito è semplice: siamo davvero pronti?

Ebbene, facciamo un esercizio di immaginazione: cosa succederebbe dopo che quei giganti di metallo avranno tirato il freno a mano lungo le autostrade e bloccato porti e valichi?

Se guardiamo le cose con realismo, davanti a noi si aprono almeno due ipotesi: una spietata e disillusa, l'altra quasi utopica. Ma quale delle due si avvererà non è scritto nel destino, né deciso a Bruxelles o nei consigli di amministrazione dei giganti dell'energia. Dipende solo da noi. E questo, checché se ne dica, è la notizia peggiore e migliore di tutte: perché significa che nessuno verrà a salvarci, ma anche che nessuno può condannarci, se non noi stessi.


Scenario A: Il Far West (ovvero come finiremo a scannarci tra poveri).

I camionisti l'avevano annunciato, come molte altre volte. Proclami roboanti, promesse di paralisi totale, minacce di far tremare il potere costituito. Eppure, ogni volta, quegli annunci erano rimasti lettera morta, lasciando dietro di sé solo una scia di post sui social e qualche intervista infuocata nei talk show della domenica sera. E si sa: a forza di gridare al lupo, il lupo poi arriva davvero, ma nessuno ci crede più. Così, quando il blocco è scattato veramente, la maggior parte di noi ha fatto spallucce. "Tanto è la solita sceneggiata", "in due giorni si mettono d'accordo", "mica possono andare avanti all'infinito"

E invece.

I primi tre giorni sono trascorsi in una sorta di limbo fiducioso, quella calma apparente di chi crede che a breve tutto tornerà alla normalità e che il cibo in casa, quella scorta che ci permette di non uscire ogni giorno a far la spesa, basterà a coprire il fabbisogno. Come direbbe qualcuno, "l'ottimismo è il profumo della vita", peccato che qui l'aria cominciasse già a puzzare di stantio.

Il quarto giorno le cose cambiano. Il blocco continua, le contrattazioni dei sindacati di categoria non convincono nessuno, e la sensazione che quella volta sia davvero diversa comincia a farsi strada. "La civiltà è a tre pasti di distanza dal caos" e quei tre pasti li diamo per scontati come l'aria che respiriamo, ma ora il frigo è vuoto e il panico si insinua come una serpe tra le mura di casa. E la paura, si sa, quando prende il sopravvento, spegne la ragione e accende l'istinto.

Parte la folle corsa all'approvvigionamento, quella dei topi verso l'ultimo pezzo di formaggio, la corsa di chi non pensa al domani ma solo a sopravvivere all'oggi. In breve, la merce sugli scaffali si esaurisce. Le corsie dei supermercati diventano campi di battaglia dove a vincere è il più forte, il più veloce o il più spregiudicato.

L'occasione fa l'uomo ladro, dice il proverbio. E puntualmente, ogni volta che la storia gli offre il palcoscenico, lo spettacolo va in scena. Qualche scaltro venditore, di quelli che fino al giorno prima ti sorridevano dietro il bancone e ti chiamavano "caro cliente",  riscopre d'un tratto la vocazione dell'usuraio e usa la leva della domanda per gonfiare a dismisura il prezzo di ciò che ancora resta in magazzino. Come se un pacco di pasta o una scatola di antidolorifici fossero diventati lingotti d'oro. Come se la disperazione di chi ha bisogno fosse una miniera da saccheggiare.

Ma il bello, si fa per dire , arriva dopo. Perché gli altri, a ruota, non stanno a guardare: seguono l'esempio, mica vogliono fare la figura dei fessi. E così, uno dopo l'altro, si accodano al carro del rincaro, si passano la parola, si strizzano l'occhio, e in quattro e quattr'otto il gioco è fatto: il cartello è servito. Non serve la guerra per far emergere il peggio di noi stessi.

Come scriveva Bertolt Brecht, "prima di tutto viene il mangiare, poi viene la morale". E qui la morale la mettiamo all’asta.

Ma le famiglie, con le esigue retribuzioni disponibili, a stento arrivavano a fine mese: figurarsi accantonare qualche euro per l'emergenza. La povertà non è mai stata una colpa, ma in questi frangenti diventa una condanna. I più disperati prendono d'assalto negozi e minimarket. Non è fame di giustizia, è fame e basta. È la fame che ti fa vedere il mondo con gli occhi del lupo, che ti fa dimenticare che dietro quel bancone c'è un essere umano come te, che ti fa credere che prendere sia l'unico modo per non essere preso.

Le grandi catene multinazionali, però, avevano già previsto i disordini. Loro, che hanno i mezzi per pensare al domani, avevano cercato di limitare gli aumenti, non per bontà d'animo, sia chiaro, ma perché sanno che la fiducia del cliente è un investimento a lungo termine, e dispongono di una loro vigilanza privata. I loro supermercati diventano fortezze illuminate, isole rifugio in un mare di scarsità. 

Ma non per tutti. Perché nei sobborghi, nelle periferie dimenticate da Dio e dalla politica, quelle senza ipermercati, senza servizi, senza nulla, il fermo delle autocisterne ha sbarrato anche i rifornimenti delle pompe di benzina, che sono chiuse. E così, per molti, spostarsi verso le zone commerciali diventa un'impresa impossibile. Con i negozi ormai vuoti, la fame non bussa più alla porta: la sfonda. Inizia lo sciacallaggio alle abitazioni. Le forze armate intervengono, e i ladri ,o gli sventurati, a seconda dei punti di vista, vengono repressi e arrestati. Viene dichiarato lo stato di emergenza. Coprifuoco e zone controllate. Le strade si svuotano, le città si trasformano in caserme a cielo aperto.

E mentre i telegiornali parlano di "ripristino dell'ordine", noi ci ritroviamo esattamente dove i disillusi, avevano previsto: in una guerra tra poveri, dove a vincere sono solo i soliti noti.

"La pace è la virtù dei forti", diceva qualcuno. Peccato che qui i forti siano solo quelli che possono permettersi di aspettare. Noi, gli altri, i normali, siamo solo comparse in un film che non abbiamo scelto di girare. 

E il peggio deve ancora venire.

Il vero capolavoro alla Hitchcock di questo meccanismo, alla fine, è sociale e politico: lo spostamento del bersaglio.

Travolto dai rincari e dall'ansia di non poter sfamare la propria famiglia, il cittadino spaventato perde completamente di vista i responsabili a monte, i giganti dell'energia che staccano dividendi record o l'inerzia delle istituzioni. La rabbia, accecata dalla scarsità e dagli strozzini, si scarica sull’autotrasportatore che ha bloccato i valichi, i porti e i magazzini. È il classico divide et impera che funziona da secoli: non serve un tiranno, basta che i sudditi si scannino tra loro per un pacco di pasta.

La protesta, nata come un'azione di forza contro il potere, si infrange così in una volgare guerra tra ultimi. I camion alla fine ripartiranno, spinti dalla pressione sociale e dalla fame, ma la ferita resterà. E noi ci ritroveremo al punto di partenza, con le piccole attività locali sulla via del fallimento, il mercato in mano ai soliti giganti e i prezzi ancora più salati: perché nell'economia della speculazione i listini salgono a razzo, ma scendono lentamente, ammesso che calino.

Come diceva Flaiano, "la situazione è grave ma non seria", solo che qui è seria eccome, e nessuno ride. Siamo Homo homini lupus, e il lupo, si sa, non fa la fila alla cassa.


Scenario B: la risposta civica (l'unica utopia che potrebbe funzionare).

Esiste però una seconda ipotesi. Non è la più probabile, non è la più facile, e nemmeno la più spontanea. Ma esiste. Ed è quella in cui smettiamo di comportarci come consumatori spaventati, topi in gabbia che si azzuffano per l'ultima crosta di pane, e iniziamo a essere comunità. Perché la differenza tra una folla e una comunità non sta nel numero delle persone, ma nella visione, nella direzione in cui guardano: la massa guarda ognuno per sé, la comunità guarda avanti, insieme.

Cosa succederebbe se, invece di farci cogliere impreparati e correre a svaligiare i supermercati in una battaglia all'ultimo pacco di pasta, decidiamo di coordinarci e sostenere concretamente chi protesta? Cosa succederebbe se, invece di puntare il dito contro il camionista che ha bloccato il valico, ci mettiamo a organizzare il modo per farlo resistere più a lungo, senza che la sua protesta si trasformi in una bomba a orologeria per tutti noi?

Significa che l'organizzazione parte dal basso. Non dai palazzi romani, non dai vertici sindacali, non dalle dirette Facebook dei leader di turno: dal basso, come l'acqua che scava la roccia non con la forza ma con la costanza. I trasportatori concordano "corridoi di prima necessità" per portare farmaci e beni essenziali senza minacciare la sopravvivenza della gente. Non è un'utopia: è strategia, quello che accade già in tante crisi internazionali, dai corridoi umanitari alle tregue negoziate per far passare aiuti alimentari. Se si vuole, si può. Il punto è che nessuno lo vuole davvero, perché la logica del "tutto o niente" è più attraente di quella del "poco ma per tutti".

I cittadini si organizzano in reti di quartiere per distribuire il cibo e aiuto a chi ne ha più bisogno. Non è comunismo da manuale, è semplicemente quello che facevano i nostri nonni durante la guerra, quando il pane si divideva a metà con il vicino e nessuno moriva di fame perché nessuno veniva lasciato indietro. Esistono già esempi concreti: le reti di mutuo soccorso nate durante il lockdown, i gruppi di acquisto solidale, le banche del tempo, gli orti urbani condivisi. Piccole isole di resistenza civile che il mercato non vede, perché non producono profitto, ma che producono qualcosa di infinitamente più prezioso: legami. E i legami, si sa, sono l'unica cosa che non si può comprare al supermercato.

I piccoli negozianti contrattano i prezzi, mostrando trasparenza assoluta e isolando gli speculatori. Non perché siano santi, ma perché capiscono una cosa elementare: la fiducia del cliente vale più di un guadagno momentaneo. Così facendo, stanno costruendo, mattone dopo mattone, quella reputazione che nessuna campagna pubblicitaria può comprare. E quando la crisi passa, perché passa sempre, saranno gli unici ad avere ancora clienti.

Ci si prepara creando piccole scorte condivise, si preparano gli orti di prossimità e le attività artigianali di sussistenza. Non è survivalismo da bunker, è resistenza collettiva. È il contrario esatto del "si salvi chi può": è il "ci salviamo insieme, o non si salva nessuno".

Come diceva don Milani, "La scuola mi serve per cercare di trasformare i sudditi in popolo sovrano, gli operai ed i contadini sfruttati in persone consapevoli e capaci di rivendicare i propri diritti.", e allo stesso modo non si può fare la comunità solo quando fa comodo. La comunità o è tale sempre, o non è comunità: è solo un gruppo di sconosciuti che si sopportano finché non arriva la prima difficoltà.

In questo scenario, la protesta non è un ricatto contro la popolazione, ma un'alleanza di filiera. Il consumatore, il negoziante e il trasportatore si mettono dalla stessa parte della barricata e puntano il dito insieme verso i veri responsabili. Insieme, pretendono tagli alle accise, ricerca di altri mercati, risposte strutturali e un ritorno a decisioni nazionali sovrane. Non è un caso che questa alleanza spaventi più di mille scioperi selvaggi: perché uniti si è molto più pericolosi di quanto si sia divisi.

È il sogno di ogni comunità che si rispetti: "l'unione fa la forza". Ma qui la forza non serve per spaccare vetrine, né per bruciare cassonetti, né per gridare slogan che nessuno ascolta. Serve per tenere insieme ciò che il mercato vuole frantumare: le relazioni, la famiglia, la dignità di chi non vuole essere solo un consumatore ma un cittadino. Serve per costruire, non per distruggere, questa è la vera rivoluzione: non quella che abbatte i palazzi del potere, ma quella che ricrea il tessuto della convivenza, filo dopo filo, quartiere dopo quartiere.

Due strade, due possibilità. Quale sceglieremo?

Volete sapere come la penso?

Diciamocelo con franchezza: lo Scenario B richiede una maturità politica e un senso civico che oggi sembrano merce rara. Richiede di smettere di sperare che sia qualcun altro (in questo esempio l'autotrasportatore) a sacrificare la propria azienda per salvare tutti noi. Come diceva Sartre, "l'inferno sono gli altri", ma spesso gli altri siamo noi, con la nostra comoda abitudine di delegare.

Se vogliamo che un'azione non violenta, che sia il blocco dei trasporti o qualsiasi altra mossa altrettanto drastica di boicottaggio, porti a qualcosa di buono, bisogna essere pronti a gestirne le conseguenze. Altrimenti finiremo dritti nello Scenario A, quello della guerra tra poveri. E a quel punto, caro carburanti, caro vita, caro tutto: non resterà che guardare le macerie e chiedersi, se ne è valsa davvero la pena...

***

Questi sono solo i miei pensieri: fallaci, parziali, come del resto lo sono tutti i pensieri di chi prova a ragionare senza la presunzione di avere ragione. Se avete qualcosa da commentare, correggere o aggiungere, ogni contributo è benvenuto. Perché è nel confronto, anche in quello scomodo, che si costruisce qualcosa di più grande di una singola opinione.

Fabricius Limes




10 settembre 2026

Povera Italia

 

POVERA ITALIA

Ieri sera, cena tra amici. Si parla del più e del meno, come sempre. Poi, inevitabilmente, si scivola nell’attualità e arriva quella riflessione, quella che tutti fanno ma di cui nessuno vuole davvero ascoltare le diverse opinioni.

La sintetizzo senza giri di parole:

L'Italia è la terza economia della zona euro;

Cambiamo governi come cambiamo le mutande;

Tante belle promesse non mantenute;

Il gioco dello scaricabarile;

Le retribuzioni sono ferme al 1990.;

Il potere di acquisto scende;

Aumenta la fila alla Caritas per un piatto di cibo;

Trent'anni di immobilismo; di sbattimento e non cambia nulla anzi, va sempre peggio.”

Sul momento ho taciuto. A dire il vero, non sapevo più che cavolo aggiungere. Stesse questioni, stessi silenzi, stesse alzate di spalle. Un copione già visto cento volte. Poi, stanotte, nel letto a fissare il soffitto, mi sono detto: proviamo a metterlo nero su bianco. Non per convincere qualcuno. Per mettere ordine nel mio casino mentale. Per provare a dare un volto alle cose che tutti vediamo ma che nessuno chiama con il loro nome. Ecco perché sono sveglio alle due del mattino a scrivere questo post, che non è una verità, ma una possibilità.

***

L’Italia è già in guerra. E la sta perdendo.

L'Avvocatura Generale dello Stato lo ha detto senza mezzi termini: "è in corso una guerra mondiale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anche l'Italia". Lo ha scritto in un documento ufficiale per impedire a una giornalista di vedere cosa caricano e scaricano nel porto di Ravenna. Non un titolo acchiappa like. Non una esagerazione. Una dichiarazione formale dello Stato.

Questa è la fotografia del nostro presente: un paese che si dichiara in guerra, ma che rifiuta di dirlo ai propri cittadini.

La guerra ibrida è un conflitto senza carri armati. Si combatte con attacchi informatici, disinformazione, pressioni economiche, interferenze politiche. L'obiettivo non è conquistare il territorio. È distruggere la coesione sociale, rendere le istituzioni irrilevanti, inibire il dissenso.

In Italia, questa battaglia è già in corso da parecchio tempo. Per quale motivo?

Il controllo.

Nel corso degli ultimi decenni, l'Italia ha assistito a un progressivo e inesorabile stillicidio della propria autonomia, trasformandosi da protagonista con una propria rilevanza a semplice esecutore di agende altrui. Questa perdita di sovranità non è frutto del caso, ma il risultato di un logoramento sistematico: proprio in ragione della sua posizione geografica, il controllo della penisola ha fatto e continua a fare gola a molti dei poteri in gioco sulla scacchiera globale.

Collocata al centro del Mediterraneo, crocevia nevralgico per i flussi energetici, commerciali e migratori tra Europa, Africa e Asia, l’Italia unisce a questa straordinaria importanza geo-strategica una profonda vulnerabilità: la quasi totale assenza di risorse energetiche autonome, come quella di materie prime, la rendono drammaticamente vincolata ai mercati esteri.

Mercati e Stati che se la contendono.

Per neutralizzare ogni velleità di patriottismo, nel corso dei decenni il BelPaese è stato progressivamente corrotto, infiltrato e penetrato da reti di influenza occulte, legami transnazionali e potentati economici orientati a smantellare la capacità di autodeterminazione dello Stato.

Privata degli anticorpi democratici necessari e imbrigliata in vincoli esterni soffocanti, la classe dirigente italiana ha barattato la sovranità nazionale in cambio di una comoda subalternità, accettando che le linee guida del Paese venissero dettate altrove.

Il risultato di questo assedio interno ed esterno è una condizione di totale sudditanza.

***

Chi sono i principali responsabili?

 Cinque attori, Cinque interessi.

1) La Russia ci usa come banco di prova. Perché l'Italia è il ventre molle dell'Europa: il paese che può fare da apripista per il collasso dell'intero sistema occidentale. I suoi obiettivi sono chiari:

Indebolire la NATO. Ospitiamo il comando del Mediterraneo. Se l'Italia diventa un alleato inaffidabile, diviso, litigioso, tutto il fianco sud dell'Alleanza vacilla; Impedire che Roma continui ad inviare armi e denari all’Ucraina e che sostenga le mire espansioniste d’oltreoceano.

Siamo il paese con la maggiore simpatia storica per la Russia, a destra come a sinistra. Se la Russia riesce a trasformarci nel partner che chiede "dialogo" mentre gli altri impongono sanzioni e dazi, l'intero castello delle misure contro Mosca crolla. Siamo il cavallo di Troia russo in Europa;

La guerra ibrida non ci vuole filorussi. Ci vuole cinici, sfiduciati, convinti che tutti mentano. Se i cittadini smettono di credere nelle istituzioni, la democrazia diventa terreno fertile per qualsiasi intrusione.

Se la Russia riesce a destabilizzare l'Italia, paese fondatore di UE e NATO, dimostra che può farlo ovunque. Mosca non vuole conquistarci. Vuole neutralizzarci. Trasformarci in un paese così impegnato a litigare su tutto da non avere più tempo, risorse e volontà per contare qualcosa. Un'Italia divisa e debole è un'Italia che non disturba. E per Mosca, questa è già una vittoria.

2) Gli Stati Uniti ci considerano un avamposto militare con un governo al loro servizio. È una relazione che affonda le radici nel 1943, con il trattato di Cassibile e che non ha mai cambiato sostanza: noi forniamo basi, loro comandano.

Oggi parliamo di circa 120 installazioni sul nostro territorio, tra Nato e americane, con 13.000 soldati USA. Dal comando di Napoli si dirigono le operazioni in tutto il Mediterraneo. Da questa collaborazione, in cambio riceviamo offese e ricatti. Come quando Trump ci ha liquidati dicendo che l'Italia "non è stata di alcun aiuto", mentre il nostro governo incassa e abbassa la testa. O bere o affogare, paghiamo l’energia a caro prezzo, grazie al gas liquefatto che ci viene venduto come se fosse un favore, non un affare.

La risposta italiana è sempre "sì, signore". Non per codardia. Perché senza quella protezione siamo impotenti, e lo sappiamo bene. La sovranità, in questo rapporto, è un diritto che non possiamo permetterci. E così accettiamo il ruolo, le basi, le umiliazioni e i conti salati. In cambio della sopravvivenza.

3) La Cina ci ha comprati con la Via della Seta. L'Italia, unico paese del G7 ad averci messo la firma, si è illusa di essere l'interlocutore privilegiato di Pechino in Europa. Abbiamo aperto i porti, ceduto partecipazioni importanti, siglato accordi commerciali senza chiederci cosa ci guadagnassimo davvero. Poi la Cina, quando ha capito che l'Italia non era ciò che sperava (troppo legata agli USA, troppo dipendente dall'Europa), si è ritirata.

L'Italia, però, è ancora un avamposto cinese in Europa. Non perché Pechino ci comandi, ma perché il nostro sistema economico è così fragile da essere ricattabile. Ogni volta che l'Europa tenta una linea dura con la Cina, l'Italia è il primo paese a fare da sponda, a cercare un compromesso, a ricordare a tutti che "con Pechino si deve parlare". Lo facciamo per interesse, certo. Ma è esattamente quello che la Cina vuole. D’altronde, siamo in braghe di tela, come faremo senza di essa?

4) L'Unione Europea, o meglio il suo asse franco-tedesco, non ha alcun interesse a vedere l'Italia crescere. Siamo la terza economia dell'eurozona: se tornassimo ad essere davvero competitivi, se ripudiassimo il debito, se chiudessimo il gap con il Nord, l'equilibrio di potere a Bruxelles salterebbe. Quindi ci tengono dove siamo. Appena sotto il livello di guardia. Abbastanza forti da non farci affondare (perché un default italiano farebbe crollare l'euro), abbastanza deboli da non poter dettare condizioni. È la sindrome del "troppo grande per fallire, troppo piccolo per contare".

Il PNRR è la prova più evidente. Puro debito che dovremo restituire con gli interessi. I soldi europei sono prestiti, non doni. L'illusione è che arriveranno 200 miliardi per rilanciarci. La realtà è che quei 200 miliardi li abbiamo già spesi sulla carta, non in sviluppo e innovazione, non per la sanità o l’istruzione, ma per progetti spesso improvvisati, senza una strategia che duri oltre il 2026. Il risultato? Usciremo dal PNRR più indebitati, con opere pubbliche che rischiano di crollare prima di essere completate, e una generazione che erediterà un conto salatissimo.

Bruxelles non ci vuole male, ci vuole in perenne crisi d’astinenza. E la dipendenza si costruisce con il debito, le regole, i parametri, le raccomandazioni che arrivano puntuali ogni anno.

5) Israele. All'interno della scacchiera che comprime e controlla la sovranità italiana,  agisce come il quinto attore attivo, affiancandosi a Stati Uniti, Russia, Cina e alle istituzioni sovranazionali europee. La sua influenza la esercita attraverso una penetrazione sistemica e multidimensionale.

Il monopolio tecnologico e della difesa: Il controllo di segmenti chiave del complesso militare-industriale italiano, della cybersecurity e della sorveglianza satellitare rende l'Italia strutturalmente dipendente dalle forniture e dalle joint-venture di Tel Aviv.
L'infiltrazione degli apparati e dell'intelligence: Una fitta rete di cooperazione opaca tra i servizi di sicurezza crea canali di pressione permanente in grado di orientare la narrazione e le scelte di politica estera direttamente dentro le istituzioni romane.
La leva dogmatica e religiosa: Sfruttando la narrazione dei "valori condivisi" e la saldatura con le correnti atlantiste, la proiezione identitaria e religiosa trasforma ogni allineamento geopolitico in un dogma morale intoccabile. Qualsiasi critica alla linea di Tel Aviv viene così neutralizzata alla radice da un sistema di inibizione politica e reputazionale.

Inserito nei gangli vitali della tecnologia, della difesa e dell'intelligence, Israele funge da tassello fondamentale per blindare l'Italia all'interno di quella gabbia di lealtà atlantica che impedisce al Paese di sviluppare una qualsiasi autonomia nel Mediterraneo.

***

Perché non si vede un'inversione?

Perché l'instabilità è funzionale a tutti i protagonisti in scena.

La Russia vuole un'Italia divisa e filo-russa.

Gli USA vogliono un'Italia fedele e dipendente.

La Cina vuole un'Italia aperta ai suoi investimenti.

L'UE vuole un'Italia che rispetti i parametri senza fare domande.

Israele vuole un'Italia allineata e acritica attraverso l'interdipendenza tecnologica, militare e dogmatica.

E il governo italiano? Vuole solo restare al potere. Per farlo, deve tenere tutti buoni e contenti. Non può scegliere. Non può dire no. Non può crescere.

L’Italia è una nazione che si è consegnata mani e piedi ai suoi stessi carnefici. Non siamo solo vittime designate di un complotto esterno, ma tragici e consapevoli complici del nostro stesso smantellamento. 

La nostra classe dirigente, e con essa l’intera collettività, ha barattato la dignità della sovranità nazionale in cambio di una quieta, vigliacca sopravvivenza al potere. Abbiamo accettato di fare da zerbino geo-strategico per non prendere posizioni o decidere nulla.

E non ci sono segnali che questo cambierà.

Perché chi potrebbe cambiarlo ha troppo da perdere.

E chi ha da guadagnarci è troppo debole per provarci.

Ma non per questo dobbiamo arrenderci.

Ognuno può fare la sua parte, come può, nel suo piccolo, per impedire che il gioco continui. Informarsi, resistere alla disinformazione, non farsi trascinare nella polarizzazione, difendere il contraddittorio, sostenere il giornalismo indipendente, partecipare alla vita della propria comunità, non delegare tutto alla politica partitica e alle istituzioni.

Sono gesti piccoli, apparentemente insignificanti. Ma sono l'unica barriera che abbiamo contro il degrado.

Perché il cambiamento non arriverà dall'alto.

Arriverà dal basso, se arriverà.

E anche se non arriverà, resistere è l'unico modo per non perdere la dignità.

***

Ora posso andare ad abbracciare Hipnos.

Buonanotte.

Fabricius Limes