07 novembre 2026

 


LA FARSA DEL TERRORE HI-TECH

Cari dissenzienti e complici inconsapevoli tifosi del Sistema di Credito Sociale (SCS)!

Oggi voglio farmi quattro risate (amare, molto amare) su quest'ultima, ridicola parodia che ci spacciano per "attacco hacker ai frigoriferi…"

Attacco hacker ai frigoriferi, cazzo! Un semplice termostato non bastava? Un dipendente in carne ed ossa a fare i turni di controllo no, eh? Troppo arcaico. No, serve il controllo da remoto, la "smart" connettività h24, l'algoritmo, così da massimizzare efficienza e profitti sulla pelle di tutti. Ma di questa farsa ne abbiamo già parlato.

E già che ci siamo, diamo un'occhiata anche agli allarmi isterici lanciati nientemeno che da Andrea Quacivi, il Direttore dell'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN).

È una roba che, da un lato, mi fa sganasciare dalle risate per quanto è patetica, ma dall'altro mi fa scattare il solito, odioso campanello d'allarme. Perché, diciamocelo, chi cavolo è così disperatamente ingenuo da bersi la favola che l'ultimo attacco che ha bloccato mezza internet sia opera di un "nerd incallito" che si diverte a fare lo smanettone nella sua cameretta?

Ma davvero credete che sia un problema di sicurezza informatica? Ingenuità colossale! È il solito, trito e ritrito scenario del: "Problema, Reazione, Soluzione". E la soluzione, guarda caso, è sempre la stessa: più controllo, più sorveglianza, meno privacy.

Vogliono terrorizzarci a morte paventando l'incubo dell'hacker cattivo pronto a svuotarci il conto o a rubarci la vita digitale. Una paranoia orchestrata ad arte per farci ingoiare restrizioni che, in tempi normali, farebbero scoppiare una rivoluzione. E a proposito di soldi prosciugati dalla sera alla mattina: ricordate il 10 luglio 1992, quando Giuliano Amato si svegliò e infilò le mani nelle tasche degli italiani con quel prelievo forzoso del 6 per mille sui depositi bancari? Oppure quando il Canada ha congelato i conti correnti dei camionisti no vax che hanno bloccato Ottawa? Basta un crack bancario come in Paraguay e PUFF! 

"Quel pezzo di carta o quella cifra sul display che chiamate 'vostro' denaro non vi appartiene: è solo un contratto a tempo determinato. Chiaro?"

Il metodo è sempre lo stesso, cambia solo la copertura. Ieri era l'emergenza finanziaria, oggi è l'invisibile minaccia informatica.

Sveglia, gente! Non è un gioco da ragazzi. È una strategia ben precisa per farci digerire il Grande Fratello digitale, spacciandolo per "sicurezza". E voi, come pecore, ci state cascando in pieno.

"MENO DIGITALE, PIU' UMANO".

Spegnete tv e cellulari, possiamo farne a meno: la vita, quella vera, è fuori da lì.

"Ovviamente, se non siete d'accordo e avete qualche altra favoletta da raccontarci, vi aspetto nei commenti."

Fabricius Limes






04 novembre 2026

LIBERALISMO ARMATO

 

 

"Accettiamo tutto, purché il fumo resti all'orizzonte e il wi-fi continui a funzionare. Una riflessione spietata su come la sopravvivenza quotidiana ci abbia ridotti a spettatori anestetizzati della nostra stessa fine: va bene la guerra, vanno bene le bombe, purché cadano un po' più in là, giusto per non sporcarci il salotto. Se cerchi rassicurazioni, scorri oltre. Questa è solo la radiografia della nostra apatia."


Oggi il liberalismo armato si trova di fronte al suo fallimento storico più evidente. La pretesa di imporre un modello universale con la forza, ha generato instabilità cronica, radicalizzazione, flussi migratori biblici e una profonda disillusione globale nei confronti dei valori etici e democratici stessi, percepiti non più come promessa di emancipazione, ma come sinonimo di ipocrisia e dominio.

"La violenza parrebbe accompagnare l'umanità sin dai suoi albori."

Riconoscere questa radice biologica e comportamentale non significa giustificarla o ridurla a un inevitabile "destino genetico". Al contrario, il compito specifico della filosofia e del pensiero critico consiste nel denunciare il determinismo di questa logica primitiva.

Se l'essere umano è l'unico animale capace di riflettere sui propri istinti, la vera emancipazione contemporanea richiederà la capacità di interrompere questo automatismo espansivo e predatorio, accettando il limite, il pluralismo e la coesistenza non violenta tra mondi irriducibili, prima che la dinamica inamovibile della forza consumi interamente le risorse del pianeta.

La storia ci insegna che i salti evolutivi della coscienza non avvengono mai per magnanimità spontanea, ma quasi sempre sull'orlo della catastrofe, quando il vecchio modo di vivere diventa talmente distruttivo da minacciare la sopravvivenza stessa di chi lo pratica.

Siamo esattamente in quel crinale: il momento in cui la tecnologia ha amplificato la nostra potenza distruttiva a livelli tali che la prosecuzione della logica animale della predazione non porterà alla vittoria di un branco sugli altri, ma all'estinzione del sistema intero.

Riconoscere questa dinamica non serve a rassegnarsi, ma a risvegliare quella forma di responsabilità lucida che l'umanità possiede: l'unica arma pacifica capace di interrompere il ciclo della storia armata.

 A te la parola.
 

Se senti che la misura è colma, se rifiuti l'alibi della rassegnazione e vuoi confutare questa analisi, lo spazio dei commenti è aperto. Smontala, argomenta, dimostrami che mi sbaglio e che il mondo non sta scivolando nel baratro dell'indifferenza armata.

Discutiamone. Oppure restiamo a guardare il fumo, ma almeno chiamiamolo con il suo nome.

Fabricius Limes


👉Cosa si può fare? 

👉Se lo hai perso leggi: Confini Labili: Zerosette

22 settembre 2026

CARO CARBURANTI

CARO CARBURANTI = FAR WEST?

Cari dissidenti e collaborazionisti inconsapevoli, in questi giorni i social sono inondati da post inviperiti contro il rincaro dei carburanti e l'impennata delle materie energetiche. Il meccanismo lo conosciamo a memoria: ogni volta che il tabellone del distributore sale, la fiammata si propaga a cascata lungo tutta la filiera e arriva a bruciarci il portafoglio.

Il risultato? La vita costa di più, il carrello della spesa si svuota e la rabbia sale. A questo punto scatta la classica illusione collettiva che si rincorre nelle bacheche e nei commenti:

"Ci vorrebbe uno sciopero generale dei tir! Spero che i camionisti fermino tutto, così finalmente qualcuno ai piani alti capisce e si sveglia! Bisogna prendere a esempio la rivolta dei pescatori in Francia!"

È un pensiero umano, comprensibile, persino seducente: delegare a una categoria il compito di fare da ariete per tutti noi. Come direbbe qualcuno, "è più facile credere a una bugia che si desidera, che a una verità che non si vuole ascoltare". E la verità, qui, è che guardarsi allo specchio è sempre più difficile che puntare il dito contro qualcun’ altro. Ammettere le proprie debolezze, poi, è un esercizio che quasi nessuno ha più voglia di fare. 

Il quesito è semplice: siamo davvero pronti?

Ebbene, facciamo un esercizio di immaginazione: cosa succederebbe dopo che quei giganti di metallo avranno tirato il freno a mano lungo le autostrade e bloccato porti e valichi?

Se guardiamo le cose con realismo, davanti a noi si aprono almeno due ipotesi: una spietata e disillusa, l'altra quasi utopica. Ma quale delle due si avvererà non è scritto nel destino, né deciso a Bruxelles o nei consigli di amministrazione dei giganti dell'energia. Dipende solo da noi. E questo, checché se ne dica, è la notizia peggiore e migliore di tutte: perché significa che nessuno verrà a salvarci, ma anche che nessuno può condannarci, se non noi stessi.


Scenario A: Il Far West (ovvero come finiremo a scannarci tra poveri).

I camionisti l'avevano annunciato, come molte altre volte. Proclami roboanti, promesse di paralisi totale, minacce di far tremare il potere costituito. Eppure, ogni volta, quegli annunci erano rimasti lettera morta, lasciando dietro di sé solo una scia di post sui social e qualche intervista infuocata nei talk show della domenica sera. E si sa: a forza di gridare al lupo, il lupo poi arriva davvero, ma nessuno ci crede più. Così, quando il blocco è scattato veramente, la maggior parte di noi ha fatto spallucce. "Tanto è la solita sceneggiata", "in due giorni si mettono d'accordo", "mica possono andare avanti all'infinito". 

E invece.

I primi tre giorni sono trascorsi in una sorta di limbo fiducioso, quella calma apparente di chi crede che a breve tutto tornerà alla normalità e che il cibo in casa, quella scorta che ci permette di non uscire ogni giorno a far la spesa, basterà a coprire il fabbisogno. Come direbbe qualcuno, "l'ottimismo è il profumo della vita", peccato che qui l'aria cominciasse già a puzzare di stantio.

Il quarto giorno le cose cambiano. Il blocco continua, le contrattazioni dei sindacati di categoria non convincono nessuno, e la sensazione che quella volta sia davvero diversa comincia a farsi strada. "La civiltà è a tre pasti di distanza dal caos" e quei tre pasti li diamo per scontati come l'aria che respiriamo, ma ora il frigo è vuoto e il panico si insinua come una serpe tra le mura di casa. E la paura, si sa, quando prende il sopravvento, spegne la ragione e accende l'istinto.

Parte la folle corsa all'approvvigionamento, quella dei topi verso l'ultimo pezzo di formaggio, la corsa di chi non pensa al domani ma solo a sopravvivere all'oggi. In breve, la merce sugli scaffali si esaurisce. Le corsie dei supermercati diventano campi di battaglia dove a vincere è il più forte, il più veloce o il più spregiudicato.

L'occasione fa l'uomo ladro, dice il proverbio. E puntualmente, ogni volta che la storia gli offre il palcoscenico, lo spettacolo va in scena. Qualche scaltro venditore, di quelli che fino al giorno prima ti sorridevano dietro il bancone e ti chiamavano "caro cliente",  riscopre d'un tratto la vocazione dell'usuraio e usa la leva della domanda per gonfiare a dismisura il prezzo di ciò che ancora resta in magazzino. Come se un pacco di pasta o una scatola di antidolorifici fossero diventati lingotti d'oro. Come se la disperazione di chi ha bisogno fosse una miniera da saccheggiare.

Ma il bello, si fa per dire , arriva dopo. Perché gli altri, a ruota, non stanno a guardare: seguono l'esempio, mica vogliono fare la figura dei fessi. E così, uno dopo l'altro, si accodano al carro del rincaro, si passano la parola, si strizzano l'occhio, e in quattro e quattr'otto il gioco è fatto: il cartello è servito. Non serve la guerra per far emergere il peggio di noi stessi.

Come scriveva Bertolt Brecht, "prima di tutto viene il mangiare, poi viene la morale". E qui la morale la mettiamo all’asta.

Ma le famiglie, con le esigue retribuzioni disponibili, a stento arrivavano a fine mese: figurarsi accantonare qualche euro per l'emergenza. La povertà non è mai stata una colpa, ma in questi frangenti diventa una condanna. I più disperati prendono d'assalto negozi e minimarket. Non è fame di giustizia, è fame e basta. È la fame che ti fa vedere il mondo con gli occhi del lupo, che ti fa dimenticare che dietro quel bancone c'è un essere umano come te, che ti fa credere che prendere sia l'unico modo per non essere preso.

Le grandi catene multinazionali, però, avevano già previsto i disordini. Loro, che hanno i mezzi per pensare al domani, avevano cercato di limitare gli aumenti, non per bontà d'animo, sia chiaro, ma perché sanno che la fiducia del cliente è un investimento a lungo termine, e dispongono di una loro vigilanza privata. I loro supermercati diventano fortezze illuminate, isole rifugio in un mare di scarsità. 

Ma non per tutti. Perché nei sobborghi, nelle periferie dimenticate da Dio e dalla politica, quelle senza ipermercati, senza servizi, senza nulla, il fermo delle autocisterne ha sbarrato anche i rifornimenti delle pompe di benzina, che sono chiuse. E così, per molti, spostarsi verso le zone commerciali diventa un'impresa impossibile. Con i negozi ormai vuoti, la fame non bussa più alla porta: la sfonda. Inizia lo sciacallaggio alle abitazioni. Le forze armate intervengono, e i ladri ,o gli sventurati, a seconda dei punti di vista, vengono repressi e arrestati. Viene dichiarato lo stato di emergenza. Coprifuoco e zone controllate. Le strade si svuotano, le città si trasformano in caserme a cielo aperto.

E mentre i telegiornali parlano di "ripristino dell'ordine", noi ci ritroviamo esattamente dove i disillusi, avevano previsto: in una guerra tra poveri, dove a vincere sono solo i soliti noti.

"La pace è la virtù dei forti", diceva qualcuno. Peccato che qui i forti siano solo quelli che possono permettersi di aspettare. Noi, gli altri, i normali, siamo solo comparse in un film che non abbiamo scelto di girare. 

E il peggio deve ancora venire.

Il vero capolavoro alla Hitchcock di questo meccanismo, alla fine, è sociale e politico: lo spostamento del bersaglio.

Travolto dai rincari e dall'ansia di non poter sfamare la propria famiglia, il cittadino spaventato perde completamente di vista i responsabili a monte, i giganti dell'energia che staccano dividendi record o l'inerzia delle istituzioni. La rabbia, accecata dalla scarsità e dagli strozzini, si scarica sull’autotrasportatore che ha bloccato i valichi, i porti e i magazzini. È il classico divide et impera che funziona da secoli: non serve un tiranno, basta che i sudditi si scannino tra loro per un pacco di pasta.

La protesta, nata come un'azione di forza contro il potere, si infrange così in una volgare guerra tra ultimi. I camion alla fine ripartiranno, spinti dalla pressione sociale e dalla fame, ma la ferita resterà. E noi ci ritroveremo al punto di partenza, con le piccole attività locali sulla via del fallimento, il mercato in mano ai soliti giganti e i prezzi ancora più salati: perché nell'economia della speculazione i listini salgono a razzo, ma scendono lentamente, ammesso che calino.

Come diceva Flaiano, "la situazione è grave ma non seria", solo che qui è seria eccome, e nessuno ride. Siamo Homo homini lupus, e il lupo, si sa, non fa la fila alla cassa.


Scenario B: la risposta civica (l'unica utopia che potrebbe funzionare).

Esiste però una seconda ipotesi. Non è la più probabile, non è la più facile, e nemmeno la più spontanea. Ma esiste. Ed è quella in cui smettiamo di comportarci come consumatori spaventati, topi in gabbia che si azzuffano per l'ultima crosta di pane, e iniziamo a essere comunità. Perché la differenza tra una folla e una comunità non sta nel numero delle persone, ma nella visione, nella direzione in cui guardano: la massa guarda ognuno per sé, la comunità guarda avanti, insieme.

Cosa succederebbe se, invece di farci cogliere impreparati e correre a svaligiare i supermercati in una battaglia all'ultimo pacco di pasta, decidiamo di coordinarci e sostenere concretamente chi protesta? Cosa succederebbe se, invece di puntare il dito contro il camionista che ha bloccato il valico, ci mettiamo a organizzare il modo per farlo resistere più a lungo, senza che la sua protesta si trasformi in una bomba a orologeria per tutti noi?

Significa che l'organizzazione parte dal basso. Non dai palazzi romani, non dai vertici sindacali, non dalle dirette Facebook dei leader di turno: dal basso, come l'acqua che scava la roccia non con la forza ma con la costanza. I trasportatori concordano "corridoi di prima necessità" per portare farmaci e beni essenziali senza minacciare la sopravvivenza della gente. Non è un'utopia: è strategia, quello che accade già in tante crisi internazionali, dai corridoi umanitari alle tregue negoziate per far passare aiuti alimentari. Se si vuole, si può. Il punto è che nessuno lo vuole davvero, perché la logica del "tutto o niente" è più attraente di quella del "poco ma per tutti".

I cittadini si organizzano in reti di quartiere per distribuire il cibo e aiuto a chi ne ha più bisogno. Non è comunismo da manuale, è semplicemente quello che facevano i nostri nonni durante la guerra, quando il pane si divideva a metà con il vicino e nessuno moriva di fame perché nessuno veniva lasciato indietro. Esistono già esempi concreti: le reti di mutuo soccorso nate durante il lockdown, i gruppi di acquisto solidale, le banche del tempo, gli orti urbani condivisi. Piccole isole di resistenza civile che il mercato non vede, perché non producono profitto, ma che producono qualcosa di infinitamente più prezioso: legami. E i legami, si sa, sono l'unica cosa che non si può comprare al supermercato.

I piccoli negozianti contrattano i prezzi, mostrando trasparenza assoluta e isolando gli speculatori. Non perché siano santi, ma perché capiscono una cosa elementare: la fiducia del cliente vale più di un guadagno momentaneo. Così facendo, stanno costruendo, mattone dopo mattone, quella reputazione che nessuna campagna pubblicitaria può comprare. E quando la crisi passa, perché passa sempre, saranno gli unici ad avere ancora clienti.

Ci si prepara creando piccole scorte condivise, si organizza l'agricoltura di prossimità e le attività artigianali di sussistenza. Non è survivalismo da bunker, è resistenza collettiva. È il contrario esatto del "si salvi chi può": è il "ci salviamo insieme, o non si salva nessuno".

Come diceva don Milani, "La scuola mi serve per cercare di trasformare i sudditi in popolo sovrano, gli operai ed i contadini sfruttati in persone consapevoli e capaci di rivendicare i propri diritti.", e allo stesso modo non si può fare la comunità solo quando fa comodo. La comunità o è tale sempre, o non è comunità: è solo un gruppo di sconosciuti che si sopportano finché non arriva la prima difficoltà.

In questo scenario, la protesta non è un ricatto contro la popolazione, ma un'alleanza di filiera. Il consumatore, il negoziante e il trasportatore si mettono dalla stessa parte della barricata e puntano il dito insieme verso i veri responsabili. Insieme, pretendono tagli alle accise, ricerca di altri mercati, risposte strutturali e un ritorno a decisioni nazionali sovrane. Non è un caso che questa alleanza spaventi più di mille scioperi selvaggi: perché uniti si è molto più pericolosi di quanto si sia divisi.

È il sogno di ogni comunità che si rispetti: "l'unione fa la forza". Ma qui la forza non serve per spaccare vetrine, né per bruciare cassonetti, né per gridare slogan che nessuno ascolta. Serve per tenere insieme ciò che il mercato vuole frantumare: le relazioni, la famiglia, la dignità di chi non vuole essere solo un consumatore ma un cittadino. Serve per costruire, non per distruggere, questa è la vera rivoluzione: non quella che abbatte i palazzi del potere, ma quella che ricrea il tessuto della convivenza, filo dopo filo, quartiere dopo quartiere.

Due strade, due possibilità. Quale sceglieremo?

Volete sapere come la penso?

Diciamocelo con franchezza: lo Scenario B richiede una maturità politica e un senso civico che oggi sembrano merce rara. Richiede di smettere di sperare che sia qualcun altro (in questo esempio l'autotrasportatore) a sacrificare la propria azienda per salvare tutti noi. Come diceva Sartre, "l'inferno sono gli altri", ma spesso gli altri siamo noi, con la nostra comoda abitudine di delegare.

Se vogliamo che un'azione non violenta, che sia il blocco dei trasporti o qualsiasi altra mossa altrettanto drastica di boicottaggio, porti a qualcosa di buono, bisogna essere pronti a gestirne le conseguenze. Altrimenti finiremo dritti nello Scenario A, quello della guerra tra poveri. E a quel punto, caro carburanti, caro vita, caro tutto: non resterà che guardare le macerie e chiedersi, se ne è valsa davvero la pena...

***

Questi sono solo i miei pensieri: fallaci, parziali, come del resto lo sono tutti i pensieri di chi prova a ragionare senza la presunzione di avere ragione. Se avete qualcosa da commentare, correggere o aggiungere, ogni contributo è benvenuto. Perché è nel confronto, anche in quello scomodo, che si costruisce qualcosa di più grande di una singola opinione.

Fabricius Limes




10 settembre 2026

Povera Italia

 

POVERA ITALIA

Ieri sera, cena tra amici. Si parla del più e del meno, come sempre. Poi, inevitabilmente, si scivola nell’attualità e arriva quella riflessione, quella che tutti fanno ma di cui nessuno vuole davvero ascoltare le diverse opinioni.

La sintetizzo senza giri di parole:

L'Italia è la terza economia della zona euro;

Cambiamo governi come cambiamo le mutande;

Tante belle promesse non mantenute;

Il gioco dello scaricabarile;

Le retribuzioni sono ferme al 1990.;

Il potere di acquisto scende;

Aumenta la fila alla Caritas per un piatto di cibo;

“Trent'anni di immobilismo; di sbattimento e non cambia nulla anzi, va sempre peggio.”

Sul momento ho taciuto. A dire il vero, non sapevo più che cavolo aggiungere. Stesse questioni, stessi silenzi, stesse alzate di spalle. Un copione già visto cento volte. Poi, stanotte, nel letto a fissare il soffitto, mi sono detto: proviamo a metterlo nero su bianco. Non per convincere qualcuno. Per mettere ordine nel mio casino mentale. Per provare a dare un volto alle cose che tutti vediamo ma che nessuno chiama con il loro nome. Ecco perché sono sveglio alle due del mattino a scrivere questo post, che non è una verità, ma una possibilità.

***

L’Italia è già in guerra. E la sta perdendo.

L'Avvocatura Generale dello Stato lo ha detto senza mezzi termini: "è in corso una guerra mondiale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anche l'Italia". Lo ha scritto in un documento ufficiale per impedire a una giornalista di vedere cosa caricano e scaricano nel porto di Ravenna. Non un titolo acchiappa like. Non una esagerazione. Una dichiarazione formale dello Stato.

Questa è la fotografia del nostro presente: un paese che si dichiara in guerra, ma che rifiuta di dirlo ai propri cittadini.

La guerra ibrida è un conflitto senza carri armati. Si combatte con attacchi informatici, disinformazione, pressioni economiche, interferenze politiche. L'obiettivo non è conquistare il territorio. È distruggere la coesione sociale, rendere le istituzioni irrilevanti, inibire il dissenso.

In Italia, questa battaglia è già in corso da parecchio tempo. Per quale motivo?

Il controllo.

Nel corso degli ultimi decenni, l'Italia ha assistito a un progressivo e inesorabile stillicidio della propria autonomia, trasformandosi da protagonista con una propria rilevanza a semplice esecutore di agende altrui. Questa perdita di sovranità non è frutto del caso, ma il risultato di un logoramento sistematico: proprio in ragione della sua posizione geografica, il controllo della penisola ha fatto e continua a fare gola a molti dei poteri in gioco sulla scacchiera globale.

Collocata al centro del Mediterraneo, crocevia nevralgico per i flussi energetici, commerciali e migratori tra Europa, Africa e Asia, l’Italia unisce a questa straordinaria importanza geo-strategica una profonda vulnerabilità: la quasi totale assenza di risorse energetiche autonome, come quella di materie prime, la rendono drammaticamente vincolata ai mercati esteri.

Mercati e Stati che se la contendono.

Per neutralizzare ogni velleità di patriottismo, nel corso dei decenni il BelPaese è stato progressivamente corrotto, infiltrato e penetrato da reti di influenza occulte, legami transnazionali e potentati economici orientati a smantellare la capacità di autodeterminazione dello Stato.

Privata degli anticorpi democratici necessari e imbrigliata in vincoli esterni soffocanti, la classe dirigente italiana ha barattato la sovranità nazionale in cambio di una comoda subalternità, accettando che le linee guida del Paese venissero dettate altrove.

Il risultato di questo assedio interno ed esterno è una condizione di totale sudditanza.

***

Chi sono i principali responsabili?

 Cinque attori, Cinque interessi.

1) La Russia ci usa come banco di prova. Perché l'Italia è il ventre molle dell'Europa: il paese che può fare da apripista per il collasso dell'intero sistema occidentale. I suoi obiettivi sono chiari:

Indebolire la NATO. Ospitiamo il comando del Mediterraneo. Se l'Italia diventa un alleato inaffidabile, diviso, litigioso, tutto il fianco sud dell'Alleanza vacilla; Impedire che Roma continui ad inviare armi e denari all’Ucraina e che sostenga le mire espansioniste d’oltreoceano.

Siamo il paese con la maggiore simpatia storica per la Russia, a destra come a sinistra. Se la Russia riesce a trasformarci nel partner che chiede "dialogo" mentre gli altri impongono sanzioni e dazi, l'intero castello delle misure contro Mosca crolla. Siamo il cavallo di Troia russo in Europa;

La guerra ibrida non ci vuole filorussi. Ci vuole cinici, sfiduciati, convinti che tutti mentano. Se i cittadini smettono di credere nelle istituzioni, la democrazia diventa terreno fertile per qualsiasi intrusione.

Se la Russia riesce a destabilizzare l'Italia, paese fondatore di UE e NATO, dimostra che può farlo ovunque. Mosca non vuole conquistarci. Vuole neutralizzarci. Trasformarci in un paese così impegnato a litigare su tutto da non avere più tempo, risorse e volontà per contare qualcosa. Un'Italia divisa e debole è un'Italia che non disturba. E per Mosca, questa è già una vittoria.

2) Gli Stati Uniti ci considerano un avamposto militare con un governo al loro servizio. È una relazione che affonda le radici nel 1943, con il trattato di Cassibile e che non ha mai cambiato sostanza: noi forniamo basi, loro comandano.

Oggi parliamo di circa 120 installazioni sul nostro territorio, tra Nato e americane, con 13.000 soldati USA. Dal comando di Napoli si dirigono le operazioni in tutto il Mediterraneo. Da questa collaborazione, in cambio riceviamo offese e ricatti. Come quando Trump ci ha liquidati dicendo che l'Italia "non è stata di alcun aiuto", mentre il nostro governo incassa e abbassa la testa. O bere o affogare, paghiamo l’energia a caro prezzo, grazie al gas liquefatto che ci viene venduto come se fosse un favore, non un affare.

La risposta italiana è sempre "sì, signore". Non per codardia. Perché senza quella protezione siamo impotenti, e lo sappiamo bene. La sovranità, in questo rapporto, è un diritto che non possiamo permetterci. E così accettiamo il ruolo, le basi, le umiliazioni e i conti salati. In cambio della sopravvivenza.

3) La Cina ci ha comprati con la Via della Seta. L'Italia, unico paese del G7 ad averci messo la firma, si è illusa di essere l'interlocutore privilegiato di Pechino in Europa. Abbiamo aperto i porti, ceduto partecipazioni importanti, siglato accordi commerciali senza chiederci cosa ci guadagnassimo davvero. Poi la Cina, quando ha capito che l'Italia non era ciò che sperava (troppo legata agli USA, troppo dipendente dall'Europa), si è ritirata.

L'Italia, però, è ancora un avamposto cinese in Europa. Non perché Pechino ci comandi, ma perché il nostro sistema economico è così fragile da essere ricattabile. Ogni volta che l'Europa tenta una linea dura con la Cina, l'Italia è il primo paese a fare da sponda, a cercare un compromesso, a ricordare a tutti che "con Pechino si deve parlare". Lo facciamo per interesse, certo. Ma è esattamente quello che la Cina vuole. D’altronde, siamo in braghe di tela, come faremo senza di essa?

4) L'Unione Europea, o meglio il suo asse franco-tedesco, non ha alcun interesse a vedere l'Italia crescere. Siamo la terza economia dell'eurozona: se tornassimo ad essere davvero competitivi, se ripudiassimo il debito, se chiudessimo il gap con il Nord, l'equilibrio di potere a Bruxelles salterebbe. Quindi ci tengono dove siamo. Appena sotto il livello di guardia. Abbastanza forti da non farci affondare (perché un default italiano farebbe crollare l'euro), abbastanza deboli da non poter dettare condizioni. È la sindrome del "troppo grande per fallire, troppo piccolo per contare".

Il PNRR è la prova più evidente. Puro debito che dovremo restituire con gli interessi. I soldi europei sono prestiti, non doni. L'illusione è che arriveranno 200 miliardi per rilanciarci. La realtà è che quei 200 miliardi li abbiamo già spesi sulla carta, non in sviluppo e innovazione, non per la sanità o l’istruzione, ma per progetti spesso improvvisati, senza una strategia che duri oltre il 2026. Il risultato? Usciremo dal PNRR più indebitati, con opere pubbliche che rischiano di crollare prima di essere completate, e una generazione che erediterà un conto salatissimo.

Bruxelles non ci vuole male, ci vuole in perenne crisi d’astinenza. E la dipendenza si costruisce con il debito, le regole, i parametri, le raccomandazioni che arrivano puntuali ogni anno.

5) Israele. All'interno della scacchiera che comprime e controlla la sovranità italiana,  agisce come il quinto attore attivo, affiancandosi a Stati Uniti, Russia, Cina e alle istituzioni sovranazionali europee. La sua influenza la esercita attraverso una penetrazione sistemica e multidimensionale.

Il monopolio tecnologico e della difesa: Il controllo di segmenti chiave del complesso militare-industriale italiano, della cybersecurity e della sorveglianza satellitare rende l'Italia strutturalmente dipendente dalle forniture e dalle joint-venture di Tel Aviv.
L'infiltrazione degli apparati e dell'intelligence: Una fitta rete di cooperazione opaca tra i servizi di sicurezza crea canali di pressione permanente in grado di orientare la narrazione e le scelte di politica estera direttamente dentro le istituzioni romane.
La leva dogmatica e religiosa: Sfruttando la narrazione dei "valori condivisi" e la saldatura con le correnti atlantiste, la proiezione identitaria e religiosa trasforma ogni allineamento geopolitico in un dogma morale intoccabile. Qualsiasi critica alla linea di Tel Aviv viene così neutralizzata alla radice da un sistema di inibizione politica e reputazionale.

Inserito nei gangli vitali della tecnologia, della difesa e dell'intelligence, Israele funge da tassello fondamentale per blindare l'Italia all'interno di quella gabbia di lealtà atlantica che impedisce al Paese di sviluppare una qualsiasi autonomia nel Mediterraneo.

***

Perché non si vede un'inversione?

Perché l'instabilità è funzionale a tutti i protagonisti in scena.

La Russia vuole un'Italia divisa e filo-russa.

Gli USA vogliono un'Italia fedele e dipendente.

La Cina vuole un'Italia aperta ai suoi investimenti.

L'UE vuole un'Italia che rispetti i parametri senza fare domande.

Israele vuole un'Italia allineata e acritica attraverso l'interdipendenza tecnologica, militare e dogmatica.

E il governo italiano? Vuole solo restare al potere. Per farlo, deve tenere tutti buoni e contenti. Non può scegliere. Non può dire no. Non può crescere.

L’Italia è una nazione che si è consegnata mani e piedi ai suoi stessi carnefici. Non siamo solo vittime designate di un complotto esterno, ma tragici e consapevoli complici del nostro stesso smantellamento. 

La nostra classe dirigente, e con essa l’intera collettività, ha barattato la dignità della sovranità nazionale in cambio di una quieta, vigliacca sopravvivenza al potere. Abbiamo accettato di fare da zerbino geo-strategico per non prendere posizioni o decidere nulla.

E non ci sono segnali che questo cambierà.

Perché chi potrebbe cambiarlo ha troppo da perdere.

E chi ha da guadagnarci è troppo debole per provarci.

Ma non per questo dobbiamo arrenderci.

Ognuno può fare la sua parte, come può, nel suo piccolo, per impedire che il gioco continui. Informarsi, resistere alla disinformazione, non farsi trascinare nella polarizzazione, difendere il contraddittorio, sostenere il giornalismo indipendente, partecipare alla vita della propria comunità, non delegare tutto alla politica partitica e alle istituzioni.

Sono gesti piccoli, apparentemente insignificanti. Ma sono l'unica barriera che abbiamo contro il degrado.

Perché il cambiamento non arriverà dall'alto.

Arriverà dal basso, se arriverà.

E anche se non arriverà, resistere è l'unico modo per non perdere la dignità.

***

Ora posso andare ad abbracciare Hipnos.

Buonanotte.

Fabricius Limes

24 maggio 2026

LA FINE DELL’INNOCENZA

 

LA FINE DELL’INNOCENZA

Comprare tutto per aver venduto noi stessi


All’ombra delle fronde di imponenti pioppi osservo i bambini giocare nel parco comunale. Corrono, urlano, litigano, fanno pace nel giro di trenta secondi, si rincorrono senza una logica apparente eppure perfetta. Alcuni inventano regole sul momento, altri barano spudoratamente, qualcuno piange perché ha perso, un altro ride fino alle lacrime per una sciocchezza incomprensibile agli adulti.

E mentre li guardo, realizzo una cosa semplice ma enorme.

Non è cambiato quasi nulla.

I loro bisogni sono identici al bambino che ero sessant’anni fa.

Hanno bisogno di socialità. Di esplorare. Di mettersi alla prova. Di misurare il proprio corpo contro il mondo. Di capire quanto possono correre, saltare, cadere, rialzarsi. Hanno bisogno di immaginazione, conflitto, cooperazione, movimento, stupore.

La natura umana, almeno a quell’età, è pienamente manifesta.

Poi però crescono.

E qualcosa si rompe.

Perché un tempo “crescere”, per molte generazioni, significava emanciparsi, conquistare indipendenza. Con l’età aumentavano le possibilità di esperienza: più libertà di movimento, più amicizie, più occasioni di imparare, lavorare, amare, creare, divertirsi. Il denaro serviva soprattutto come strumento per ampliare una vita già esistente non per legittimarla, come oggi.

Anche sessant’anni fa esistevano differenze economiche enormi, certo. Ma sul piano del divertimento quotidiano la distanza tra classi sociali era infinitamente minore.

Il figlio dell’operaio e quello del professionista giocavano agli stessi giochi:

Nascondino;
Rubabandiera;
Pampano;
Il salto con la corda;
Gli elastici;

Il gioco delle biglie;
Il pallone…


Il calcio era il più democratico degli sport: bastava un pezzo di strada, due pietre a fare da porta e qualcosa che assomigliasse a un pallone. A volte era fatto di stracci. Quando andava bene si tornava a casa sporchi e sudati. Quando andava male, con le ginocchia sbucciate dall’asfalto.

Ma si tornava vivi.
Presenti.
Appagati.

Non servivano abbonamenti.
Non servivano marchi.
Non servivano tutorial.
Non servivano esperti.

Il divertimento non era una prestazione.
Non era un’identità da esibire.
Non era un contenuto da pubblicare.

Era sperimentare.

Le prime monete in tasca, quelle poche, sudate disponibilità economiche, servivano a migliorare ciò che già si viveva.

Un paio di scarpe migliori.
Una racchetta.
Una bicicletta.
Una gita.
Una spuma gialla al circolo sociale.

Esistevano infinite possibilità per svagarsi gratuitamente o quasi: correre, nuotare, pedalare, pescare, campeggiare, fare escursioni con il pranzo al sacco...

Il divertimento sano e popolare esisteva davvero.
Ed era accessibile.

Oggi invece ho l’impressione che il mercato abbia occupato anche gli ultimi spazi dell’anima.

Sembra che per divertirsi serva necessariamente spendere.

Ogni attività richiede attrezzatura tecnica specifica.
Ogni sport un abbonamento.
Ogni socialità un locale.
Ogni uscita un acquisto.

Persino la passeggiata nella natura è diventata un “pacchetto esperienza” con guida, brunch, gadget e foto finali per Instagram.

Le competenze artigianali che un tempo venivano tramandate in famiglia, cucinare, cucire, scolpire, coltivare, riparare, sono diventate corsi a pagamento.

Anche il silenzio oggi sembra avere un prezzo.

Il gioco si è digitalizzato.
La relazione si è virtualizzata.
L’identità si è trasformata in una vetrina.

Milioni di ragazzi trascorrono ore chiusi in una stanza davanti a videogiochi costruiti scientificamente per creare dipendenza attraverso premi intermittenti, acquisti integrati e meccanismi psicologici identici a quelli del gioco d’azzardo.

Non è paranoia moralista.
È industria.

Le piattaforme digitali pretendono tutta la nostra attenzione. La loro competizione per il nostro tempo non è diversa dalla strategia aggressiva delle multinazionali farmaceutiche che, per massimizzare il profitto, devono trasformare la vita in una patologia cronica e la salute in un consumo perpetuo di medicinali.

Più resti collegato, più vali economicamente.

Nel frattempo le relazioni sociali si impoveriscono.

Si esce meno.
Si parla meno.
Ci si guarda meno negli occhi.

E quando si esce, spesso sembra di partecipare a una rappresentazione.

Bisogna vestirsi nel modo giusto.
Frequentare il posto giusto.
Bere il drink giusto.
Pubblicare la storia giusta.

Non basta più vivere.
Bisogna dimostrare di vivere.

Ed è qui che il divertimento smette di essere liberazione e diventa pressione sociale.

Non conta stare bene.
Conta apparire desiderabili.

E quando il piacere diventa status, inevitabilmente diventa competizione.

Più costoso.
Più estremo.
Più trasgressivo.
Più anestetizzante.

Lo sballo non è più un incidente marginale.
È diventato cultura.

Droghe.
Alcol.
Gioco d’azzardo.
Pornografia estrema.
Sessualizzazione precoce.

Interi settori economici prosperano alimentando fragilità emotive, vuoti identitari e solitudine.

E dentro questa spirale, persino il corpo umano è divenuto merce.

Corpi da esibire.
Corpi da vendere.
Corpi da consumare.

I social trasformano adolescenti in vetrine erotizzate prima ancora che abbiano costruito una personalità.

L’estrema conseguenza di questo sistema, gli esecrabili modelli di depravazione alla Jeffrey Epstein, non rappresenta un’aberrazione che turba il sonno della nostra civiltà: è l’atroce e inevitabile sintesi della sua logica più profonda. Siamo prigionieri di un paradigma totalitario che ha elevato il potere del denaro a unica legge universale, decretando che la vita non possieda un valore intrinseco, ma soltanto un prezzo. Quando la morale si corrompe, il desiderio non si arresta davanti a nulla. Era inevitabile che il mercato estendesse i suoi tentacoli fino ai beni più proibiti:

Anche l’innocenza.
Anche l’intimità.
Anche l’essere umano.

La domanda allora non è soltanto: “Cosa è successo?”

La domanda è:

“Quando abbiamo iniziato a credere che ogni bisogno umano dovesse diventare fonte di guadagno?”

“Quando abbiamo accettato che la felicità si potesse comprare?”

“Quando abbiamo smesso di insegnare ai figli che ci si può divertire anche senza consumare?”

Perché il punto non è fare i nostalgici.
Ogni epoca ha avuto violenza, dipendenze, ingiustizie e ipocrisie.

Ma oggi esiste una differenza enorme:

Il capitalismo contemporaneo non vende semplicemente oggetti.
Colonizza
i corpi.
Manipola fragilità.
Trasforma
la necessità in dipendenza.

Persino il tempo libero deve essere produttivo.

Bisogna essere performanti anche nel relax.

Si perde la capacità di godere della gratuità e dell'ozio creativo, poiché tutto ciò che non produce uno "svago soddisfacente" o un'esperienza da esibire viene percepito come tempo sprecato.

Il riposo diventa un ulteriore obbligo di prestazione in cui l'individuo deve dimostrare di saper "consumare" correttamente il proprio tempo per sentirsi all'altezza degli standard imposti.

E chi non riesce a stare dentro questa macchina si sente fallito.
Inadeguato.
Emarginato.

Da questo disadattamento nascono molte delle nuove forme di disagio.

Ansia.
Depressione.
Aggressività.
Isolamento.

Non perché i giovani siano “peggiori”, ma perché crescono in un sistema che li bombarda continuamente con miti irraggiungibili e con l’idea di non essere mai abbastanza.

Mai abbastanza belli.
Mai abbastanza ricchi.
Mai abbastanza vincenti.

Mai abbastanza sani.


E allora il gioco smette di essere incontro.
Diventa fuga.

Fuga da sé stessi.
Fuga dal silenzio.
Fuga dalla paura di non contare nulla.

Forse dovremmo ricominciare da qualcosa di estremamente semplice.

Restituire dignità alle cose gratuite.

Camminare.
Leggere.
Giocare.
Parlare.
Stare insieme.
Creare.
Imparare.

Semplicemente.

Dovremmo insegnare che il valore di una giornata non dipende dal PIL prodotto.

Che un prato può essere più terapeutico di un centro commerciale.
Che una chiacchierata tra amici vale più di cento storie sui social.
Che il corpo non è uno spot pubblicitario.
Che devi semplicemente essere ciò che sei.

Abbiamo accettato di vivere dentro un sistema che divora ogni legame umano per trasformarlo in profitto. L’amicizia è diventata mercato, il desiderio una leva commerciale, la solitudine una miniera d’oro da sfruttare senza pietà. E mentre tutto veniva venduto, prezzato, spettacolarizzato, abbiamo lasciato che l’essere umano si svuotasse dall’interno.

Forse per questo oggi vediamo ovunque individui rabbiosi, anestetizzati, incapaci di stare nel silenzio o nella propria coscienza senza cercare uno sballo che li distragga: digitale, chimico, sessuale, economico o di potere. Una fuga continua dal vuoto. Dal fallimento di una civiltà che, nel tentativo di comprare tutto, ha finito per mettere in vendita persino l’anima.

E non si illudano gli Epstein del mondo, i predatori in giacca e cravatta protetti dal denaro, né le masse ipnotizzate dagli schermi, dal lusso e dalla pornografia dell’apparenza: non esiste tecnologia abbastanza avanzata, droga abbastanza potente, algoritmo abbastanza sofisticato o ricchezza abbastanza oscena da colmare l’abisso aperto dalla distruzione dell’innocenza umana.

Perché una società dominata dalla lussuria, che riduce i bambini a oggetti sessuali, le persone a risorse da sfruttare e i sentimenti a meri contratti economici, non sta affatto progredendo.

Sta marcendo.

Forse i bambini giocando sotto quei pioppi stanno ancora tentando di insegnarcelo.

Ma noi adulti abbiamo smesso di ascoltare.

Fabricius Limes





19 maggio 2026

La resistenza analogica nell’era dell’auto-cella



Comprate ancora automobili convinti di acquistare il simbolo della libertà?

Che ingenuità.

Quello che mettete in garage oggi non è più solo un mezzo di trasporto, ma un terminale di sorveglianza bidirezionale su ruote. Un computer, perennemente connesso al cloud tramite eSIM integrate, dove il conducente ha un controllo subordinato e a tempo determinato.

Il concetto di proprietà privata si sta sciogliendo nell'EaaS (Everything-as-a-Service), e l'automobile è il cavallo di Troia perfetto. Il "Kill Switch", il potere di spegnere il tuo veicolo a distanza, non è una teoria complottista da forum paranoici: è un'infrastruttura tecnica già installata, collaudata e pronta all'uso. Oggi viene usata dalle centrali operative per bloccare le auto rubate o dai gestori di flotte aziendali per il geofencing. A breve l’implementazione della guida autonoma, vantata come l'apoteosi del progresso e della comodità, sarà nei fatti, l'ennesimo guinzaglio digitale che disinnesca il libero arbitrio, impedendoti materialmente di deviare dall'unico percorso prestabilito dall'algoritmo.

Ecco i quattro scenari in cui la tua auto deciderà che tu, oggi, resti a piedi.

1. Il controllo Psicofisico: La Sicurezza come Ricatto

Negli Stati Uniti, il pacchetto legislativo HALT Drunk Driving Act ha già tracciato la strada, imponendo lo sviluppo di tecnologie per monitorare passivamente il conducente e rilevare lo stato di alterazione. Sensori biometrici, telecamere d'abitacolo che monitorano il battito dei tuoi occhi, algoritmi che analizzano come tieni il volante.

Non servirà un posto di blocco per ritirarti la patente. Sarà il software della tua vettura, basandosi su parametri arbitrari o su un falso positivo causato dalla stanchezza, a decretare che sei "inidoneo". Il motore si spegne. Il codice ha deciso per te. La sicurezza è il passepartout perfetto per normalizzare la sorveglianza biometrica di massa.

2. Geofencing e Gabbie Climatiche V2I

Il dialogo Veicolo-Infrastruttura (V2I) viene venduto come il futuro della mobilità efficiente. In realtà, è il recinto invisibile. Con l'inasprimento delle Zone a Traffico Limitato (ZTL) e dei crediti di carbonio, le città si stanno trasformando in aree a compartimenti stagni.

Non riceverai più una multa a casa se oltrepassi un confine invisibile. Il sistema di geofencing dialogherà con la centralina: l'auto rallenterà progressivamente fino a fermarsi, o rifiuterà l'accensione se le emissioni del tuo veicolo superano la quota giornaliera consentita per quella specifica area urbana. La tua libertà di movimento scade insieme al tuo lasciapassare ambientale.

3. L'Obsolescenza Programmata del Diritto Circolare

I produttori adorano gli aggiornamenti Over-The-Air (OTA). Consentono di correggere i bug da remoto senza richiamare le auto in officina. Meraviglioso, finché non capisci che chi ha il potere di aggiornare, ha il potere di revocare.

Ignori l'ultimo aggiornamento dei termini di servizio o un update critico del sistema di assistenza alla guida (ADAS) o semplicemente in quel momento non puoi pagarlo? Il produttore disabiliterà l'app companion o, nel peggiore dei casi, imporrà un blocco precauzionale del veicolo. L'auto non parte finché non compri l'ultima versione del loro software.

4. Il Fermo Amministrativo Digitale e Istantaneo

Dimenticate i vecchi tempi in cui il fermo amministrativo era un faldone di carta registrato al PRA, e il rischio di circolare restava legato al controllo di una pattuglia.

Nell'era della tecnocrazia digitale, il blocco diventa algoritmico, centralizzato e istantaneo. Un mancato pagamento di una tassa, una pendenza fiscale non saldata, una sanzione amministrativa dimenticata. Il fisco dialoga direttamente con la casa costruttrice o con il server di rete. Un impulso viaggia nel cloud e disattiva il motorino di avviamento. Nessuna discussione, nessun ricorso preventivo: il motore non si accende finché non saldi il debito.

Il "Mission Creep" e la Fine dello Spazio Privato

Ogni singola tecnologia di controllo nasce con un nobile intento: fermare i ladri, salvare vite dagli autisti ubriachi, ridurre l'inquinamento, punire gli evasori, poi finisce con l’espandersi. È il classico fenomeno del mission creep: lo slittamento delle funzioni. Lo strumento creato per la tua sicurezza diventa la norma per l'amministrazione ordinaria della tua esistenza.

Il vero rischio non è solo l'hacker che viola la rete e ti blocca l'auto in autostrada, uno scenario comunque drammaticamente reale nell'Internet delle Cose che recentemente ha messo in ginocchio i sistemi di alcolock negli USA con il risultato che migliaia di auto sono rimaste bloccate per giorni.(Link all’articolo)

Il rischio è che l'architettura stessa dell'automobile sia stata riprogettata per eliminare lo spazio dell'autonomia individuale.

Se a questo panorama da psicopolizia digitale aggiungiamo il costante, chirurgico aumento dei prezzi del carburante alla pompa e i costi demenziali dell'energia elettrica per ricaricare le moderne "auto elettriche", il quadro si ricompone con una chiarezza disarmante. È il trionfo plastico del fine ultimo previsto dall'Agenda 2030.

Quale? Il celeberrimo mantra di Davos: "Non avrai nulla e sarai felice".

La traduzione per i profani è semplice: ogni tuo bisogno elementare, che sia un prodotto o un servizio, ti verrà concesso esclusivamente in abbonamento. Ti vendono la privazione spacciandola per comodità: meno pensieri, più salute per te e, ovviamente, per il pianeta.

Un tempo l'auto era il simbolo della fuga, della strada aperta, dell'imprevedibilità. Oggi, ridotti a combattere quotidianamente per parcheggi scientificamente dimezzati, strozzati da ZTL ad accesso sempre più elitario, intrappolati in ridicole zone a 30 km/h e vessati da controlli sulle emissioni così feroci da costringerci a cambiare veicolo a ritmi mai visti prima, il mezzo privato è diventato una costosa, insostenibile palla al piede. Una trappola finanziaria prima ancora che tecnologica.

Se sommate l'esborso economico al fatto che l'auto è ormai una capsula di contenimento tracciata, geolocalizzata e disattivabile con un impulso da remoto, la conclusione è una sola: smettere di investire in questo fallimento programmato. Trovarsi un lavoro sotto casa, ridurre il raggio d'azione e, soprattutto, smettere di ingrassare le tasche dei soliti notabili globalisti. Quegli stessi Paperoni che, in totale deroga alle loro stesse direttive green, continuano a volare su jet privati e a navigare su yacht di lusso che consumano e inquinano come un intero quartiere operaio.

Piuttosto, se proprio dovete tenere un mezzo, tenetevi stretta la vecchia, colpevolizzata e analogica Panda d'epoca. Un blocco di ferro e carburatore che non risponde a nessun cloud, non si aggiorna Over-The-Air e non riconosce i decreti ministeriali. L'unico modo che hanno per spegnerla è venire lì con un carro attrezzi e sequestrarvela fisicamente. Fino ad allora, l'ultimo barlume di vera libertà di movimento viaggia su quattro marce e zero microchip.

Fabricius Limes