28 aprile 2026

LA FATICA DI VIVERE: L’ITALIA DEL 2026

 

"Chi dal governo spera soccorso fa il pelo lungo come l'orso"


È un detto ruvido, ma lucidissimo. Avverte di un rischio concreto: aspettare soluzioni dall’alto può trasformarsi in un’attesa passiva, lunga e spesso deludente.
Non significa che le istituzioni non debbano fare la loro parte, anzi: è giusto pretenderlo. Ma il punto è non restare immobili nel frattempo. Chi si affida solo alle istituzioni rischia di trovarsi impreparato.


LA FATICA DI VIVERE: L’ITALIA DEL 2026 E LA PROMESSA DI UN FUTURO CHE SFUGGE.

C’è un momento, ogni mese, in cui tutto si ferma. Apri l’app della banca, guardi il saldo… e senti un nodo stringersi nello stomaco. Non è solo una sensazione: è la consapevolezza, sempre più concreta, che qualcosa non torna.

Siamo nel 2026. Si parla di innovazione, di progresso, di crescita. Ma nelle case degli italiani si consuma una realtà molto diversa, fatta di conti che non quadrano e di rinunce silenziose. Perché mentre i prezzi continuano a salire, +47% negli ultimi vent’anni, quasi +25% solo negli ultimi quattro, gli stipendi sono rimasti fermi, inchiodati a un passato che non esiste più.

💸 Guadagni come ieri, paghi come domani.

Per chi è single, la situazione è ancora più dura. Uno stipendio medio di circa 1.700€ netti al mese si dissolve con una velocità disarmante:

* fino a 1000€ per un affitto (quando va “bene”);

* oltre 300€ per mangiare;

* 150€ o più tra bollette e spese fisse.

E poi? Rimane pochissimo. Troppo poco per sentirsi al sicuro.

⚠️ Il vero problema non è arrivare a fine mese. È non potersi permettere nemmeno un errore. Un imprevisto, una visita medica, un guasto, una spesa urgente, non è più una scocciatura: diventa una minaccia. Perché non c’è margine. Non c’è risparmio. Non c’è protezione. Solo un equilibrio precario che può spezzarsi da un momento all’altro.

💔 Come si costruisce qualcosa, in queste condizioni? Come si pensa a una famiglia, a una casa, a un progetto, se ogni euro è già ipotecato prima ancora di arrivare?

Si sopravvive. Si rinuncia. Si rimanda.

E lentamente, quasi senza accorgersene, si smette di progettare.

Questa non è solo una questione economica. È qualcosa di più profondo: è la sensazione crescente che lavorare, impegnarsi, fare “tutto giusto” non basti più. È una fatica che non si vede, ma si sente ogni giorno.

Quanto può durare ancora così?

Siamo diventati più poveri, più soli e, forse la cosa più grave, più spaventati.

Sprofondiamo in una povertà che non è solo economica, ma esistenziale: schiacciati tra l’incudine delle guerre e il martello di un’inflazione che divora il futuro. La precarietà e la disoccupazione tecnologica ci rendono scarti di un sistema che corre senza di noi, lasciandoci preda di un'insicurezza cronica. In questo vuoto, i media soffiano sul fuoco, trasformando ogni nostra minima preoccupazione quotidiana in un brutale terreno di scontro ideologico. Siamo diventati una massa di individui isolati, terrorizzati dal domani e privati persino della solidarietà necessaria per restare umani.
 
Per anni abbiamo guardato verso l’alto, con la speranza che bastasse un’elezione, un nuovo volto, una promessa diversa per cambiare direzione. Ma oggi, nel 2026, i numeri raccontano altro. Raccontano che nessuno sta arrivando.

La politica si è trasformata in un’entità aliena. Parla una lingua fredda, fatta di narrazioni distorte, promesse vuote, numeri e previsioni che non sfiorano più la vita reale delle persone. È un teatrino di maschere intente a compiacere l'algoritmo dei mercati, i diktat di poteri invisibili e gli oscuri interessi dei signori della guerra. Mentre nei palazzi si svende il futuro in nome di una fedeltà sovranazionale, nelle strade si consuma il rito silenzioso di chi, rimasto ai margini, non può far altro che stringere i denti e resistere.

Le istituzioni non stanno, o non vogliono, più garantendo  ciò che dovrebbe essere essenziale: una vita dignitosa, stabile. 

Certo non tutta la responsabilità può essere scaricata sulle istituzioni. Sarebbe troppo comodo, e poco onesto. Dobbiamo riconoscere che anche noi, nel tempo, abbiamo chiuso gli occhi, accettato compromessi, a volte persino sostenuto scelte che oggi critichiamo. Per stanchezza, convenienza o disillusione, abbiamo lasciato che certe dinamiche si consolidassero. Ammetterlo è scomodo, ma necessario: senza questa consapevolezza, non può esserci alcun vero cambiamento.


Ed è forse questa la deriva più preoccupante. Perché un sistema fragile funziona meglio quando le persone sono isolate, quando ognuno affronta tutto da solo, in silenzio.

Ma così non regge. Non può reggere.

🌱 Non è carino dirlo. Non è facile. Ma è reale: l’unico spazio che ci resta è quello che costruiamo insieme.

Significa tornare a guardarci negli occhi, a riconoscerci, a smettere di vivere come estranei nello stesso palazzo.

Significa ricominciare da gesti concreti:

condividere la spesa per risparmiare e aiutare chi produce davvero;

creare piccoli fondi comuni per affrontare le emergenze;

scambiare tempo, competenze, presenza;

ridurre quella distanza che ci sta consumando tanto quanto il caro vita.

Perché la solitudine, oggi, è diventata un costo che non possiamo più permetterci.

⚠️ La paura è reale. Si sente. Cresce. Ma se ci chiude, ci indebolisce ancora di più.

Organizzarsi, aiutarsi, divenire una nuova umanità, in armonia, in pace, non è più una scelta ideale. È una necessità.


Se non esiste più un sistema capace di proteggerci, allora dobbiamo almeno provare a farlo noi.

Forse non cambierà tutto subito.

Ma ogni legame che ricostruiamo è un argine contro questa deriva.

E oggi, più che mai, ne abbiamo bisogno.

Fabricius Limes


22 aprile 2026

NEOEVO 20.30 - prima parte

NEOEVO 20.30

PRIMA PARTE

AD 22 aprile 2026,

Siamo tutti qui, cari dissenzienti e complici per ignavia, seduti a fissare questa retroilluminata finestra sul mondo, mentre il buonsenso rantola e muore. Quello che avete davanti non è un caso, né una coincidenza: è il presente distopico che si incastra, pezzo dopo pezzo, nel meccanismo implacabile dell'Agenda 2030. Quello che presentato come il "vangelo" delle Nazioni Unite per la salvezza del globo, si sta rivelando la più sofisticata architettura di ingegneria sociale mai concepita.

L'Italia, in prima fila tra i "virtuosi" del disastro, ha già versato il suo tributo di sangue economico. Hanno scientemente affossato l'economia reale, quella che ci tiene in vita, quella che ci riguarda direttamente, per servire un dogma superiore. Non è una transizione, è un'esecuzione. E mentre voi state a guardare, il cappio della "sostenibilità" programmata si è già stretto.

Nei suoi 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile non sono racchiuse promesse di emancipazione, ma i termini di una resa. Dietro il paravento di infografiche infantili e colori rassicuranti, l'Agenda 2030 non sradica la povertà: traccia il perimetro di un recinto globale in cui l'umanità è condannata a una marcia forzata e sorvegliata. È tempo di smettere di farsi incantare da illustri profeti, profumatamente retribuiti per illuderci, e di sventrare l’ipocrisia funzionale di questo sistema. La narrazione è finita; ora guardiamo in faccia il volto del controllo.  



La retorica della "abbondanza collettiva" ha ormai saturato ogni livello del discorso pubblico, trovando la sua massima consacrazione nelle parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. In occasione dell'ultima Giornata Internazionale del Volontariato, il Capo dello Stato non si è limitato a un elogio formale, ma ha sancito l'arruolamento definitivo del senso civico sotto le bandiere degli interessi globalisti. Ecco il monito che giunge dal Colle, dove la solidarietà viene ufficialmente codificata come lo strumento indispensabile per l'attuazione del nuovo ordine sostenibile:

«Ogni giorno milioni di persone offrono, volontariamente, un inestimabile contributo alla comunità. Una dedizione che si accentua nel corso delle crisi umanitarie, ambientali e climatiche, che si concretizza nelle piccole e generose azioni quotidiane di prossimità.

Quella del volontariato è una forza spontanea a servizio della persona, una risorsa che si affianca alle istituzioni preposte al soccorso e alla ricostruzione, conferendo maggiore efficacia alla loro attività.

Lo stesso raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile - ci ricordano le Nazioni Unite - richiede l’apporto dei volontari per sconfiggere la povertà, la fame, le disuguaglianze e per promuovere la pace.

L’odierna edizione della Giornata del Volontariato, dal tema "Ogni contributo conta", assume particolare rilievo, aprendo l’Anno internazionale istituito dall’ONU per sottolinearne l’importanza e la necessità di integrare questo prezioso patrimonio di iniziative e valori nelle politiche dirette all’attuazione dell’Agenda 2030.

La Repubblica è grata ai volontari e alle loro organizzazioni per la preziosa azione di solidarietà che svolgono».

Roma, 05/12/2025 (II mandato)

Le parole del Presidente Mattarella, pur intrise di quel nobile civismo che ci si aspetta dalle istituzioni, acquistano una sfumatura inquietante se lette attraverso la lente del realismo critico. In questo scenario del 2026, il volontariato non appare più come l'espressione spontanea della carità cristiana o dell'altruismo laico, ma come l'arruolamento di una forza lavoro gratuita necessaria a colmare i vuoti lasciati da uno Stato che ha abdicato alla sua sovranità in favore di accordi imperiali sovranazionali.

L'integrazione del "prezioso patrimonio di iniziative" nelle politiche dell'Agenda 2030 puzza di esternalizzazione del consenso. Se "ogni contributo conta", significa che nessuno è più autorizzato a restare a guardare; la partecipazione non è un diritto, diventa un precetto morale vincolante all'interno di un sistema che non ammette defezioni.

Analizziamo dunque questi 17 comandamenti laici con l'occhio di chi, nel 2026, ha imparato a leggere tra le righe di un linguaggio così mieloso da risultare sospetto. Sotto la patina dell'altruismo universale, ogni punto dell'Agenda rivela un risvolto che sa di sorveglianza, standardizzazione e smantellamento delle libertà individuali.

  1. Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo.

  2. Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un'agricoltura sostenibile.

  3. Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età.

  4. Fornire un'educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti.

  5. Raggiungere l'uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze.

  6. Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell'acqua e delle strutture igienico-sanitarie.

  7. Assicurare a tutti l'accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni.

  8. Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un'occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti.

  9. Costruire un'infrastruttura resiliente e promuovere l'innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile.

  10. Ridurre l'ineguaglianza all'interno di e fra le nazioni.

  11. Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili.

  12. Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo.

  13. Promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere il cambiamento climatico.

  14. Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile.

  15. Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell'ecosistema terrestre, gestire le foreste, contrastare la desertificazione e fermare la perdita di biodiversità.

  16. Promuovere società pacifiche e inclusive per uno sviluppo sostenibile, garantire l'accesso alla giustizia e creare istituzioni efficaci e responsabili.

  17. Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile.

Diciassette. Esattamente diciassette tavolette della legge che ci promettono un’estasi collettiva talmente dolcificata da far venire il diabete anche ai sassi. Una visione di beatitudine universale e gioia planetaria dove la terra, finalmente "sacralizzata" dai tecnocrati, diventerà un immenso giardino dell’Eden sotto steroidi.

È tutto meraviglioso, davvero. Peccato che, nel magico libretto delle istruzioni per il Paradiso, manchi un piccolo, trascurabile dettaglio: il prezzo del biglietto. Mentre ci cullano con le odi di un’utopia a portata di mano, i nostri pastori si sono dimenticati di spiegarci con quali amorevoli manganellate verremo condotti verso il nuovo Eden. Quali deliziose strategie di controllo, quali squisite privazioni e quali "necessari" sacrifici della nostra libertà personale serviranno per trascinarci, anche a calci se necessario, verso questa felicità obbligatoria?

Passiamo dal lirismo delle favole alla sgradevolezza dei fatti. Tolto il velo di zucchero filato delle "nobili intenzioni", diamo un'occhiata alla marea di sterco che avanza: vediamo come le nostre solerti istituzioni governative stanno effettivamente operando per trascinarci in questo paradiso artificiale. Mentre i loro uffici stampa vomitano comunicati intrisi di etica e progresso, la realtà ci restituisce un quadro ben più acido: dietro ogni firma e ogni decreto si nasconde il lavoro metodico di chi sta trasformando il cittadino in un numero, e il Paese in un laboratorio digitale a cielo aperto. 

Ad oggi, AD 2026, mancano solo quattro anni per raggiungere il traguardo. Volete sapere come stanno veramente andando le cose? Non seguite il profumo dell'incenso istituzionale, ma l'odore di bruciato delle libertà che stanno arrostendo sull'altare dell'efficienza globale.

IL QUADRO DELLA SITUAZIONE:


Punto 1. Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo.

Immaginate un romanzo scritto da George Orwell, ma ambientato nei ruggenti anni Venti del Duemila. L’Agenda 2030 ci aveva promesso un mondo senza fame, senza miseria, senza umiliazioni. Peccato che qualcuno abbia riscritto la sceneggiatura. E il titolo di questo capitolo, cari lettori, è una sentenza: “La povertà è un crimine, il decoro è la legge”.

Nel 2024-2026, mentre i predicatori dello sviluppo sostenibile continuano a recitare i loro mantra (“porre fine a ogni forma di povertà”, dicono, come fosse una filastrocca), i governi europei, e in particolare l’Italia, hanno varato una deriva securitaria che farebbe impallidire il Ministero dell’Amore.
 
I nuovi decreti non colpiscono i paradisi fiscali né la finanza predatoria. No. Colpiscono chi ha freddo, chi ha fame, chi non ha un tetto. Il reato di accattonaggio “invasivo”, come se chiedere l’elemosina potesse mai essere altro che l’ultimo gesto di chi non ha più nulla, trasforma il disagio sociale in un fascicolo giudiziario.
 
L’occupazione di un immobile abbandonato per necessità? Non più il disperato tentativo di chi cerca un tetto per dormire, ma un reato da perseguire con la galera. 

E qui arriva il paradosso, quello che farebbe accapponare la pelle persino a un burocrate privo di immaginazione: per chi non ha un tetto, né un pasto, né una speranza, la galera, a ben vedere, qualcuno non esiterebbe a definirla una soluzione. Perché dietro le sbarre, almeno, un letto c'è. Un piatto di minestra pure. 

Vogliamo davvero chiamarla giustizia? 

E intanto l’Agenda 2030 continua a blaterare di “accesso ai servizi di base”. Servizi? Quali? Forse quelli del Daspo urbano, il nuovo gioiellino del Decreto Sicurezza 2025 (D.L. 11 aprile 2025, n. 48, convertito in L. 80/2025).

La soluzione alla povertà, scopriamo con amaro stupore, non è un sussidio, né un lavoro, né una scuola. È molto più semplice, molto più cinematografica: il povero non va aiutato, va allontanato. Geograficamente. Fisicamente. Via dai centri storici appena gentrificati, lontano dalle vetrine del turismo sostenibile (quello con le bici elettriche e lo champagne bio). 

Lo si spinge oltre il perimetro della decenza virtuale, come un oggetto ingombrante. Perché il vero problema, oggi, non è la miseria: è il cattivo odore della miseria.

E guai a protestare. Guai a fermare una strada perché il tuo stipendio è divorato dal caro vita. Guai a opporre resistenza passiva davanti a uno sfratto esecutivo. Il nuovo codice penale di fatto, perché di questo si tratta, trasforma ogni gesto di disperazione collettiva in un reato. Se manifesti perché non arrivi a fine mese, non sei più un cittadino che esercita un diritto costituzionale. No. Sei un “agitatore”. Sei una minaccia all’ordine pubblico. Sei un nemico.
Così lo Stato, in questa tragicommedia postmoderna, blinda la propria inefficienza sociale con la forza della polizia. Non sa (o non vuole) creare lavoro, case, dignità. Ma sa dare manganelli e Daspo. 


Questo è solo l'inizio del viaggio nel baratro dell'Agenda 2030. Le prossime parti verranno pubblicate a breve. Restate sintonizzati.

SECONDA PARTE

Fabricius Limes

05 aprile 2026

RISIKO SULLA PELLE DEI POPOLI

 


ESEQUIE DELLA CIVILTA’: RISIKO SULLA PELLE DEI POPOLI

 Aprile 2026. Nelle strade delle capitali europee si respira un’aria pesante, densa di una familiarità sinistra. Non è l’ombra di un nuovo patogeno a svuotare le piazze o a riportare in auge termini che speravamo sepolti sotto i detriti del decennio scorso, ma il riverbero delle esplosioni che illuminano le notti del Medio Oriente. Con il conflitto tra l’asse USA-Israele e l’Iran giunto a un punto di non ritorno, l’Europa si riscopre improvvisamente fragile, proiettata in un passato recente fatto di "smart working" forzato, limitazioni agli spostamenti e lo spettro di un’austerità che sa di déjà-vu. Il continente è di nuovo stretto in una morsa: schiacciato tra la necessità di una drastica decrescita e il rischio di una paralisi sistemica, orfano di una bussola sovrana e abbandonato dai propri alleati storici.

 Sebbene l'espressione "lockdown energetico" stia dominando i titoli dei giornali, è fondamentale operare una distinzione: non siamo di fronte a un decreto ufficiale, ma a una invenzione giornalistica che descrive con inquietante precisione uno scenario di emergenza imminente. È una definizione nata per dare un nome a un piano di tagli obbligatori ai consumi di gas ed elettricità, necessari per evitare il collasso delle reti nazionali.

Tuttavia, l'evocazione del termine non è casuale. Essa sfrutta la memoria muscolare della pandemia per preparare l'opinione pubblica a un nuovo tipo di "dirigismo tecnocratico", dove lo Stato non interviene più per il distanziamento sociale, ma per la salvaguardia di riserve che languono. Come ha osservato Giacomo Astaldi:

"Non si tratterebbe dunque di chiudere le persone in casa, ma di limitare alcune attività."

Si delinea così una "clausura energetica", un’austerità moderna che somiglia terribilmente a un nuovo lockdown mascherato da virtù ecologista.

L’epicentro di questo delirio risiede nello Stretto di Hormuz, l'arteria vitale attraverso cui scorre l’oro nero del mondo, bloccata da quaranta giorni a causa della "guerra energetica" scatenata da Washington e Teheran.

Per l'Europa, il bilancio è quello di una vera e propria catastrofe economica:

  • Gas: un’impennata dei prezzi del 70% nei mercati UE.

  • Petrolio: quotazioni internazionali schizzate del 50%.

  • Carburanti: il diesel ha sfondato stabilmente il tetto dei 2 euro al litro, un dato drammatico se si considera che il governo ha già applicato un taglio delle accise di 0,25 euro. Senza tale intervento, il prezzo sarebbe fuori controllo.

  • Costo totale: una stangata che supera i 14 miliardi di euro, destinata a svuotare i conti di famiglie e imprese.

 Il "Decalogo della Decrescita": La ricetta di Bruxelles

Invece di rispondere con una strategia di sovranità energetica, la Commissione Europea ha scelto di rispolverare il manuale della pandemia. Il commissario Dan Jørgensen ha presentato quello che molti definiscono il "Decalogo della Decrescita", una serie di misure che punterebbero a razionare le scorte attraverso il sacrificio individuale:

  • Ritorno massiccio allo smart working per "svuotare gli uffici" (e spegnere i riscaldamenti).

  • Riduzione dei limiti di velocità di 10 km/h in autostrada per risparmiare diesel.

  • Tagli drastici ai voli aerei non essenziali.

  • Incentivazione forzata del trasporto pubblico, con il paradosso di spingere i cittadini ad ammassarsi su bus e metro proprio mentre si chiede loro di fermare la vita privata.

L’approccio è lo stesso del 2020: colpevolizzare il singolo. Se le dinamiche globali sfuggono al controllo di Bruxelles, la soluzione è chiudere le nazioni e fermare i motori, chiedendo ai cittadini di tornare a vivere "in bianco e nero".

 1973-2026: Il "Guinzaglio Digitale" di un sistema fragile

Il paragone corre inevitabilmente alla crisi petrolifera del 1973, l'anno della guerra del Kippur e delle "domeniche a piedi". Ma se cinquant'anni fa la società era meccanica e parzialmente resistente, oggi ci troviamo di fronte a una fragilità tecnologica senza precedenti.

La crisi energetica del 2026 agisce come un "guinzaglio digitale". La nostra economia non è più fatta solo di pistoni e caldaie, ma di server, cloud e flussi di dati. Se manca l'energia, non si fermano solo le auto; si spegne l'infrastruttura stessa della nostra esistenza post-moderna. 

Basta banchettare sulla nostra pelle!

S'osserva, con un tedio che confina con la nausea, il perpetuarsi di quel barbaro rituale che i padroni del vapore amano definire «geopolitica», ma che altro non è se non una vorace bulimia egemonica. È un paradosso squisito, ancorché atroce: mentre le élite sorseggiano il nettare del potere in salotti ovattati, il fiele delle loro ambizioni coloniali viene versato, con metodica ferocia, esclusivamente nelle gole arse dei derelitti, di coloro che la storia ha condannato al ruolo di perpetui sacrificabili.

Risulta ormai intollerabile l’idea che il nostro quotidiano affannarsi, il sudore versato sull'incudine della sussistenza, serva a oliare gli ingranaggi di una macchina bellica predatoria. Nutrire col proprio vigore vitale un’aggressione che profuma di polvere da sparo e sogni imperituri di dominio è un’infamia che nessuna retorica patriottica può mondare.

L’Ultima Trincea: Il Rifiuto

Ci appellate nuovamente al sacrificio? Auspicate che il volgo si rinchiuda in una nuova, illecita cattività per emendare i vostri peccati di tracotanza? Sia fatto. Ma che questo isolamento non sia una sottomissione, bensì un olocausto dell’inerzia.

  • Sospensione d’ogni Moto: Per un sette giorni, il mondo si fermi.

  • Lo Sciopero dell'Esistenza: Ci si astenga da qualunque attività umana, fosse anche la più triviale, affinché l'ingranaggio si inceppi nel vuoto che lasceremo.

  • La Clausura del Dissenso: Ci serreremo volontariamente nei nostri domicili, non per timore della legge, ma per il disgusto di calpestare un suolo sporco del sangue di genocidi e schiavitù che non intendiamo più cofinanziare.

"In un'epoca di universale menzogna, il non agire non è solo una forma di resistenza: è l'unico modo per non essere complici della macelleria sociale che spacciate per progresso."

Sia questo disobbedire la nostra risposta alla vostra cacofonia di morte. Se la vita deve servire a finanziare l'eccidio, allora preferiamo smettere di partecipare alla vostra storia.

Fabricius Limes







02 aprile 2026

 

Anatomia di un Declino


“Volevo regalarmi un nuovo strumento high tech per musicare il mio ultimo componimento, ma ho dovuto lasciar perdere. A causa degli aumenti dovuti alle guerre in corso, riempire il serbatoio del SUV, scaldare il music loft e frequentare il Derby Club, è diventato troppo costoso per permettermi altre spese. Ho chiesto all’azienda di fare qualche straordinario per tamponare l’emergenza.”

Siamo il ritratto perfetto dello squallore contemporaneo: la nostra coscienza si risveglia solo quando il portafoglio piange. La "crisi" non è la carneficina che finanziamo altrove, ma gli euro in più sul carburante che ci impedisce l'ultimo capriccio tecnologico.

Mentre interi popoli vengono macellati per garantire che il nostro castello di carte non crolli, noi, i "civilizzati", a parte qualche lodevole ma ininfluente protesta, come massa critica non muoviamo un dito per fermare il massacro. Al contrario, ci prostriamo: chiediamo più catene, imploriamo più ore di straordinario, svendiamo i rimasugli della nostra dignità pur di non rinunciare al superfluo. E mentre nei salotti buoni, tra un calice di vino bio e una citazione colta, ci riempiamo la bocca di "generosità", "disarmo" e "fratellanza", la realtà è un’oscenità che non vogliamo guardare: siamo tutti pacifisti col culo degli altri.

Quanti sono disposti a rinunciare al proprio piccolo privilegio per un briciolo di umanità reale? Nessuno. Preferiamo il caro vecchio ‘mors tua, vita mea’, purché l’orchestra continui a suonare. Come sul Titanic. Siamo schiavi che lucidano le proprie catene, terrorizzati dall'idea di essere finalmente liberi.

Quanta squallida falsità nel sorriso soddisfatto di chi ostenta, ad esempio, di aver comprato con sacrificio una nuova auto elettrica per salvare il pianeta, senza considerare il doppio impatto ambientale di quella scelta. Ma qualcosa meno, anche no? Ah già, il PIL deve crescere.

Chiamiamoli con il loro nome: i nostri concetti di 'pace', 'armonia' e 'benessere' sono il lubrificante dei bombardamenti. È una democrazia imposta a colpi di ipocrisia sulla pelle di chi non ha voce, solo per mantenere intatto il nostro scricchiolante proscenio. In questo sistema marcio, ogni volta che accendiamo il riscaldamento o compriamo l'ultimo gadget tecnologico, c'è un cecchino o un drone che protegge quella rotta commerciale, un bambino che scava in una miniera di cobalto o un intero popolo che viene eradicato in una guerra coloniale di sfruttamento. Il nostro è un parassitario"standard di vita" che si nutre della carne dei più deboli.

Volete davvero un cambiamento?

Volete davvero dimostrare di avere un briciolo di umanità residua? Smettete di belare e agite.


Sette giorni di buio. Sette giorni di fermo totale. Niente acquisti, niente lavoro, consumo essenziale. Blocchiamo l’ingranaggio che macina vite umane a vantaggio di una manciata di vampiri virulenti. Poiché il sistema si nutre esclusivamente della vostra energia e della vostra produttività coatta, l'unico modo per abbatterlo è negargli il nutrimento.

Dimenticate il rito inutile del voto. Quella croce su un pezzo di carta non è un esercizio di democrazia, ma l'accettazione formale della propria schiavitù. In Italia, i governi sono stati ridotti a un teatro di ombre dove destra e sinistra si scambiano i costumi per recitare lo stesso copione: l’obbedienza cieca ai mercati, ai diktat sovranazionali e ai signori della guerra.

Zerosette: Il Sabotaggio come Diritto

Vediamo chi ha davvero il coraggio di scegliere l'amore e la cooperazione quando il prezzo da pagare è mettere in gioco il proprio piccolo, meschino comfort.