«Fuori c’è la fila»
(cronache dal mondo del lavoro)
Mi chiamano Enea. Ma dimenticate il mito, le navi e la promessa di una nuova alba. Non sono qui per fondare imperi, ma per certificarne il decesso. Sulle spalle non porto gesta eroiche, ma il cadavere putrefatto di un’illusione collettiva: l’idea che il sudore dei libri potesse garantire dignità... conoscenza sicuramente. Consapevolezza? Chissà.
Cammino tra le macerie di un presente in decomposizione, inciampando nei cocci di due lauree che oggi hanno lo stesso valore nominale della carta straccia e nel silenzio di tre lingue che servono solo a tradurre, con padronanza, la parola miseria in tre idiomi diversi. Sono l'Enea del precariato.
Ho ascoltato le geremiadi dei “padroni”
di bottega che abbassano le saracinesche, officiando il funerale
delle proprie attività sull’altare del “non si trova più
nessuno. I giovani non hanno più voglia di lavorare”.
Il loro è un ritornello stantio, una nenia che accusa le nuove
generazioni di aver barattato il sudore con la comodità di una
scrivania, la fatica con l'indolenza.
Ascolto, ma dubito.
Prendo atto della loro versione, certo, ma ne intravedo le crepe.
Spesso, la morte di un'impresa è un mosaico complesso di tassazione
iniqua, incapacità gestionale, mercati mutati e visioni miopi;
eppure, puntare il dito contro il “giovane scansafatiche” è
la scorciatoia morale più agevole.
Perché la verità è
una lama a doppio taglio: per ogni imprenditore onesto, rara avis che
ancora offre un salario decoroso e il rispetto del mestiere, esistono
intere legioni di predatori in completo blu. . Come scriveva Karl
Kraus: “Quando il sole della cultura è basso, i nani proiettano
ombre lunghe”. E in questo tramonto del lavoro, le ombre di
questi cacciatori di sconti umani oscurano ogni residua traccia di
decenza.
Cinque anni fa, ero un fiero prodotto del sistema: 110 e lode, la spavalda determinazione di chi ha due lauree in tasca e un curriculum che scintillava più delle vetrate del grattacielo dove fui convocato, nella nevralgica Milano. Lì, un sacerdote delle Risorse Umane, una di quelle figure che, come scriveva Ennio Flaiano, “ha molte idee, ma tutte sbagliate”, mi porse il calice del sacrificio.
«Stage. Sei mesi. Seicento euro. Settore H.R. Junior. Se sei all'altezza del tuo curriculum e sopravvivi, forse ti concederemo il privilegio di continuare.»
Mentre sorrideva con quella dentatura tanto perfetta da sembrare finta, feci il calcolo della mia servitù. Seicento euro. In una città che divora i suoi figli al ritmo di seicento euro per un loculo in condivisione e quaranta per il permesso di circolare tra i suoi fumi. Mangiare? Un dettaglio fisiologico trascurabile. La pizza? Un’eresia edonistica.
Senza l’aiuto dei miei genitori, non se ne sarebbe parlato.
Quando gli feci notare che la matematica non è un’opinione e che con quella cifra avrei faticato a persino a respirare, lui allargò le braccia con la condiscendenza di un dio minore.
«È un investimento sulla tua work visibility, un “social credit score” da monetizzare in futuro. Pensalo come un investimento sulla tua immagine da spendere sul mercato del lavoro.» disse.
Certo. La visibilità. Quella condizione fisica che precede solitamente la scomparsa definitiva. Come se potessi pagare il panettiere con il prestigio di un logo aziendale o barattare la mia fame con una fotocopia su carta intestata.
Accettai. Per quella paura ancestrale di restare fuori dal banchetto, anche se il convivio offriva solo briciole. Ma non imparai l'arte del comando. Diventai un amanuense del vuoto:
- Rispondevo al telefono;
- Eseguivo fotocopie;
- Compilavo fogli Excel destinati all'oblio digitale;
- Prenotavo voli transatlantici per
satrapi che guadagnavano in un pomeriggio il mio PIL annuale.
Ero una protesi biologica che costava all’azienda meno del toner della stampante. Passavo le mie ore a distillare caffeina per risvegliare l’apatia dei miei carnefici, un rito di sottomissione camuffato da cortesia d’ufficio. L’incarico di maggior rilievo, e il solo pensiero mi fa ancora rivoltare le viscere, fu quello del boia digitale. Mi affidarono il compito di officiare i licenziamenti via call: un colpo di ghigliottina sferrato dietro uno schermo, troncando esistenze con un clic distaccato.
Lo feci.
Nonostante quel delirio di Stoccolma
aziendale, mi attardavo anche oltre l'orario stabilito mendicando la
grazia di essere notato per la mia disponibilità. Non era dedizione:
era la sindrome del prigioniero che lucida le sbarre della propria
cella sperando che il carceriere gli conceda un sorriso prima di
chiudere la serratura.
Al termine del semestre, il verdetto.
Il Capo, un uomo la cui etica era sottile quanto la sua cravatta di seta, mi propose il “salto di qualità”: “Ottocento euro e altri sei mesi di contratto”. Una proposta che puzzava di insulto. Tornai nel mio loculo e quella notte il sonno fu un lusso proibito; nella mente, le citazioni dei grandi autori ronzavano come meme impazziti:
“Il lavoro che non paga il pane non è dignità, è sciacallaggio.”
“Si è schiavi non quando si ha un padrone, ma quando non si può fare a meno di averlo.”
“Il servo non vuole essere libero, vuole essere il padrone del prossimo servo.”
Alle tre del mattino accesi il laptop ed iniziai a digitare:
Oggetto: Dimissioni volontarie, restituzione della catena.
Con la presente comunico la mia decisione irrevocabile di rassegnare le dimissioni con effetto immediato.
Operare per voi è stato un percorso illuminante. In questi mesi ho avuto il privilegio di osservare da vicino la necrofagia aziendale: quella raffinata arte di estrarre valore da lauree e competenze pagandole con la valuta della “nota di prestigio sul curriculum vitae” e dei buoni pasto (quando previsti).
Me ne vado non per mancanza di gratitudine, ma per un eccesso di aritmetica. Ho scoperto, con mio sommo rammarico, che l'affitto non accetta pagamenti in “credenziali positive” e che il supermercato sotto casa non ha ancora attivato la conversione dei punti “formazione sul campo” in generi alimentari.
Lascio sulla scrivania:
- Il badge, simbolo di un’appartenenza che somigliava pericolosamente a una sottomissione.
- Le password dei file Excel, quei monumenti al nulla che ho eretto con la pazienza di un amanuense.
- L'illusione che questa azienda consideri i propri collaboratori come esseri senzienti e non come semplici voci di costo da limare per far quadrare il bonus dei dirigenti.
Citando Oscar Wilde, “Oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente”. Voi siete i maestri indiscussi di questa filosofia.
State cercando qualcuno che finanzi la vostra crescita con la propria povertà. Io cerco un'azienda che produca ricchezza, non che la parassiti. Vi auguro di trovare qualcuno che creda alle favole più di quanto creda alla matematica.
Cordialmente (ma
senza stima),
Enea
Ps: la “fila fuori dalla porta” di cui vi vantate non è un segno della vostra grandezza, ma la prova dell’oceano di disperati che avete contribuito a creare. Della buona creanza funzionale alla reputazione digitale, non so che farmene. La mia pazienza è esaurita. Di questo mio vomito di verità fatene ciò che volete: ignoratelo, calpestatelo o dategli fuoco. Ormai, sono fuori dalla vostra portata.
Ciò che avete letto è un
costrutto di fantasia ispirato a fatti reali, un atto di sabotaggio
testuale volto a squarciare il velo di ipocrisia che ammanta un
paradigma sociale ormai incompatibile con la biologia dell’essere
umano.
Siamo immersi in un modello che non genera valore,
ma aberrazioni esistenziali: un sistema che distilla sofferenza
sistematica e atrofia dell'anima a beneficio esclusivo di una
ristretta élite di vampiri energetici, parassiti che pasteggiano con
il tempo e i sogni di chi non ha ancora trovato la forza di dire
“no”.
Come ammoniva Guy Debord, “nello spettacolo, una parte del mondo si rappresenta davanti al mondo ed è a esso superiore”.
È ora di interrompere la
rappresentazione.
Il dibattito è aperto:
Lasciate
nei commenti la vostra testimonianza, un frammento della vostra
rabbia o il vostro pensiero lucido. Rompete il silenzio, prima che il
silenzio diventi la vostra definitiva prigione.
